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Antonio Discovolo - Bonassola e il 'Poema della Liguria'
Gennaio 2010
Piccola ma selezionatissima mostra personale di Antonio Discovolo. Si tratta di sette importanti opere, tutte raffiguranti Bonassola e il suo golfo.

Sette dipinti raccontano frammenti della vita di un pittore che, giovanissimo, dal primo decennio del Novecento, decide di stabilirsi nella Riviera Ligure di Levante, a Bonassola, piccolo borgo spezzino che per più di quarant’anni sarà “l’oasi adatta” al suo operare intellettuale e artistico. Scopre per la prima volta la Liguria nel giugno 1902, dapprima Bocca di Magra, poi Tellaro, nella parte più orientale del Golfo dei Poeti di La Spezia. Soggiorna due mesi e mezzo in questo “paese incantato” passando “molte ore nella sola osservazione del mare, negli infiniti movimenti delle onde” per “abituare l’occhio a rifare quel movimento e le sagome della schiuma”. Poi è la volta di Portovenere cui segue il decisivo incontro con Manarola, tra l’agosto e il settembre 1903: “Quella giornata mi rimase indimenticabile e mi fece decidere molte cose nella mia vita”. Deciderà di abitarvi per cinque anni – incuriosito anche di scoprire i luoghi immortalati da Telemaco Signorini nei suoi soggiorni liguri dell’ultimo decennio del Secolo - finché nel 1910 non si ritira definitivamente nella vicina Bonassola, in una casa da lui fatta costruire di fronte al mare e fra gli ulivi, “un luogo solitario creato per la religione del mio lavoro e la serenità del mio spirito”. In questo piccolo paese, un “golfetto di smeraldo chiazzato d’azzurro, di giallo e di malachite per le pinete” – scrive nel 1921 l’amico pittore e storico dell’arte Orlando Grosso - Discovolo “ritrae nei suoi quadri assolati e nei notturni ogni motivo alpestre e marino, ogni manifestazione della vita che si conduce nella conca meravigliosa, così che non saprei ricordare un paesaggio bonassolese senza rievocare uno dei suoi celebri dipinti”. S’inerpica lungo i pendii scoscesi della costa, col peso del cavalletto e dei colori, e dipinge dal vero, su superfici di grandi dimensioni, il paesaggio ligure soleggiato o avvolto dalle luci della sera: “il pittore va innanzi, cauto, con la tela: dietro, la sua meravigliosa donna, che lo accompagna sempre, e poi, mentr’egli dipinge, si accoccola in qualche angolo al ridosso, tutta avvolta negli scialli, e attende, e di tanto in tanto lo conforta con una voce: dietro ancora un villano con il cavalletto, la cassetta dei colori, lo sgabello: e, se c’è, dietro ancora, l’amico, che guarda la scena, e sorride e si commuove”. Pini, ulivi, mimose, agavi irrompono selvagge sul fondo azzurro del mare. Trait d’union e principio di compenetrazione del paesaggio è l’elemento naturale colto singolarmente e a distanza ravvicinata: da qui lo sguardo ben saldo si spinge sino ai piani prospettici più lontani: “egli ha sempre rifuggito dal panorama: nel particolare egli trova la sua ispirazione, più concreta e più schietta: si avvicina meglio alle cose, ne interpreta l’anima, se la fa cantare nel cuore, e, quando se ne sente tutto pieno, così che gli par sua la voce che l’ha commosso, allora, e non prima, dipinge”. La sua natura, ritratta nelle grandi tele dipinte all’aperto, là solida e là liquida, s’accorda alla rapidità d’impressione di una pittura che dopo le iniziali sperimentazioni divisioniste, dopo le “crudezze vetrigne” e le “lucentezze di metallo”, giunge ad un sempre più largo e plastico impasto. Egli è attratto dai valori cromatici e di luce, mutevoli e contraddittori, della costa ligure: la luminosità estesa da tonalità chiarissime a base di colori complementari, le rocce magenta, gli oliveti, le pinete, le vigne, la variopinta flora e le trasparenze marine sono frutto dell’“immediata sensazione ricevuta dall’effetto coloristico del soggetto da ritrarre”. Viceversa, la restituzione pittorica del paesaggio è cifrata da una lettura formale di tipo costruttivo, non descrittivo: “si afferma così quello stilismo prospettico-cromatico che sarà la costante dell’artista, com’è naturale per l’incontro, in lui, tra una tenace tendenza verista e la tensione a librare nel colore un’immagine lirica della realtà”. Con la stessa sensibilità di chi ha il cuore rivolto al mare, Discovolo s’addentra anche nelle fibre più profonde del vivere, accogliendole dentro di sé: sono le figure di sapore antico dei vecchi contadini seduti nell’oliveto, delle giovani raccoglitrici d’olive e dei coltivatori nel riposo del meriggio. Il “continuo urto delle colorazioni violentissime della Liguria” e i “movimenti frenetici delle onde” sono motivo costante della sua arte, interrotto soltanto dalle forme ampie, ferme e riposanti del paesaggio umbro (soggiorno ad Assisi, 1924-1926).
A Bonassola, com’è stato nella febbrile giovinezza toscana e poi romana, Discovolo prende parte alla vita cittadina - è eletto prima Presidente poi Socio Onorario della Società di Mutuo Soccorso “Aurea”, ed è incaricato di disegnare, per i caduti della Prima Guerra Mondiale, il Parco della Rimembranza - e si diletta in “simposi gustosissimi” e “simpatiche discussioni artistico-letterarie” con alcuni protagonisti della cultura letteraria ed artistica del tempo. Tra loro, i giovanissimi pittori Giuseppe Caselli ed Ercole Salvatore Aprigliano, infaticabili camminatori che da La Spezia arrivano a Bonassola a piedi, Orlando Grosso e Pietro Gaudenzi, gli scultori Eugenio Baroni e Leonardo Bistolfi. Tra gli scrittori, poeti e critici d’arte, l’amico degli anni romani, il pratese Sem Benelli, e poi gli spezzini Ettore Cozzani, Pietro Maria Bardi e Ferruccio Battolini, il “tarchiato” senese Federigo Tozzi, Edoardo de Fonseca, direttore di “Novissima”, il poeta Corrado Martinetti, il grande scrittore fiorentino Giovanni Papini e tanti altri ancora. Tra le famiglie del paese, Discovolo frequenta quelle dei “Conti Serra, Castri, Callegari, Sapia, Beverino, Poletti, Castiglia”. Sovente incontra il Dottor Baciccia Ardoino, “simpaticissima e valorosa figura di medico condotto” e il cardiologo Nicola Massa, “di carattere gioviale e pieno di spirito”. Con l’avvocato Ernesto Callegari, giornalista e direttore del «Cittadino» di Genova e di altri quotidiani cattolici, insieme ad Alberto Castri, alterna la conversazione alla lettura e al commento dei Canti della Divina Commedia. E’ amico di tutti i paesani: del Capo Stazione di Bonassola, Jacopo Franchi detto “Tonetto”, che si complimenta per i suoi successi artistici, e del meccanico d’origine bolognese Dante Querzola, compagno delle sue lunghe passeggiate a tarda sera: “Altre volte il Querzola mi seguiva nel mio lavoro. In un’altra occasione aveva con sé, oltre la speciale lanterna da lui architettata, anche il fucile, sperando di poter uccidere qualche lepre, facile a trovarsi nelle alture che sovrastavano la piccola cappella della Madonna della Punta, dove eravamo diretti…. Altre notti capitò d’incontrare delle lepri attirate dalla fonte luminosa della lanterna, ma raccomandai bene al Querzola di fare molta attenzione, perché non gli accadesse di scambiare la pelle della lepre con la mia”. Come “uomo felice”, nel suo studio fra gli ulivi, un “cuore aperto” sul mare, lavora con “intensità” e “gioia” solo con la sua arte. Un’arte costruita sul vero: “Tu non forzi nulla: la verità è la tua amante fiorita: e tu la cogli e la prendi ogni volta che ti esalta, di notte e di giorno, grigio il tempo come oggi o sfolgorante come spesso in questa nostra Liguria, alla quale noi due toscani siamo tanto affezionati”.
 
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