Nato a Roma il 14 novembre 1852, ivi morto il 28 dicembre 1930. Rivelatesi precocemente, il padre, anche per esortazione dei conoscenti, lo mandò, dodicenne appena, a Napoli per studiare in quell'Istituto di Belle Arti dove insegnavano Filippo Palizzi e Domenico Morelli. A Napoli rimase nove anni, dal 1864 al 1873, e lavorò con Dalbono, De Nittis, Cammarano e Michetti. Mariano Fortuny si interessò al giovane pittore quando seppe da Domenico Morelli che un quadretto esposto da un antiquario napoletano era opera del Mancini, il quale allora conviveva col Gemito e dipingeva soggetti di genere in alcuni dei quali risentì l'influsso dell'arte di Gioacchino Toma e Morelli. Fra essi ricordiamo: La lettura; Il voto; L'ispirazione; Il violinista; Dopo il duello; Lo scolaro; Il prevetariello, nel Museo San Martino di Napoli. Nel 1872, al Salon di Parigi, espone due opere, quindi si reca a Venezia a studiare i maestri cinquecentisti. Nel 1875 si reca una prima volta a Parigi ove conosce i maggiori impressionisti ed ove lavora per il mercante Goupil. Un anno dopo all'incirca torna a Napoli, ma nel 1877 rieccolo a Parigi insieme al Gemito, a lavorare per conto del paesista olandese Mesdag, rimanendo in Francia fino al 1879. Ma quella vita non gli si confaceva, provocandogli dei disturbi nervosi. Volle tornare a Napoli per ritemprarsi in una casa di cura. Vi stette quattro anni e a poco a poco riprese a dipingere. Non si può dire che la sua mente subisse uno stato vero e proprio di squilibrio; piuttosto, egli viveva assorto in una specie di incantamento contemplativo che si manifestava nella febbre continua del lavoro. Guarito e riposato, partì per Parigi e per Londra. Nel 1883 si stabilì definitivamente a Roma. Pochi, però, compresero la sua arte capricciosa e esuberante che lo induceva ad aggiungere alla sua tavolozza, già indiavolata di tinte rutilanti, stagnole dorate o argentate, pezzi di vetro, di stoffe, con cui otteneva effetti mirabili se visti a distanza. Nella sua ultima attività, egli moderò gli eccessi, raggiungendo di mano in mano una maggiore compostezza ed un equilibrio sempre più nitido. Nel 1887 è a Venezia, nel 1901 a Londra, a Dublino, in Olanda, nel 1909 e 1910 è in Germania con il collezionista Messinger che aveva conosciuto nel 1907. Un discreto benessere regnava nella sua casa, la sua fama si accresceva di giorno in giorno, e le soddisfazioni e i trionfi culminarono con la nomina ad Accademico d'Italia (20 maggio 1929). Ma non conosceva adattamenti alle mode e alle maniere del tempo; non sapeva praticare il commercio e la vendita dei suoi dipinti. Le sue opere non possono essere veramente catalogate sia perché numerosissime, sia perché sparse in collezioni italiane e straniere. In circa mezzo secolo di attività le principali esposizioni del suo tempo hanno avuto presente il Mancini: alle Internazionali di Venezia ha inviato quadri dall'anno della fondazione all'ultimo della sua vita. Alcune opere fra le più note sono: Ritratto del padre e Ritratto della signora Pantaleoni, nella Galleria d'Arte Moderna di Roma; Figura di ragazza e Paesaggi nella collezione Turri di Milano; Lydia; Studio di figura; Nudo femminile; Figura femminile seminuda; Marina di Minori, in quella di Milano; Pagliaccetto e Nudo, nella Galleria «Paolo e Adele Giannoni» di Novara; Mandolinata e La venditrice, nella raccolta Beretta di Milano; La modella, in quella del barone Chiarandà a Napoli; La figlia del mugnaio; Villa nazionale di Napoli e Mare di Posillipo, nella Pinacoteca Gualtieri di Napoli; Il marchese del Grillo nella Municipal Gallery of Modern Art di Dublino; Bimbo che legge nella collezione Tallone di Milano; il Teatro greco di Taormina nella collezione R.D.G. di Milano; L'uomo con mandòla nella collezione Rosazza di Milano; Il duello nella Galleria d'Arte Moderna di Torino; Il calderaio; Bandito; Madonnina; Giovane prigioniera turca; Ritratto di Tina Du Chène; Toletta; Ritratto del signor Otto Messinger; Ciociaretta; Il cappello di paglia; Pastorella; Lo scugnizzo; Geltrude; Brindisi; Suonatrice; Costume rococò; L'innamorata; Il moschettiere; La madre dell'artista; una numerosa serie di autoritratti, dal tipico sorriso, posseduti in maggior parte da collezionisti privati. Alla VI Quadriennale Romana (1952) figurava nella Sezione Pittura italiana della seconda metà dell'Ottocento, con tre opere. Suoi allievi furono: R. Bracco di Chiosi, U. Coromaldi, Vincenzo De Simone, G. Trussardi Volpi.

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