Nato ad Arco il 15 gennaio 1858, morto in Schafberg presso Pontresina il 28 ottobre 1899. « La suggestività di un'opera d'arte è in ragione della forza con cui fu sentita dall'artista nel concepirla, e questa è in ragione della finezza, della purezza, dirò cosi, dei suoi sensi. Mercè sua, le più lievi e fuggevoli impressioni vengono rese più intense e fissate nel cervello, commovendo e fecondando lo spirito superiore che le sintetizza; ed ha luogo allora l'elaborazione, che traduce in forma viva l'ideale artistico. Per conservare questo miraggio ideale durante l'esecuzione dell'opera, l'artista deve fare appello a tutte le sue forze affinchè persista attiva l'energia iniziale. È tutta una vibrazione dei suoi nervi intenti ad alimentare il fuoco, a tener vivo il miraggio colla evocazione continua, perchè l'idea non si dissolva o divaghi: l'idea che deve prender corpo e vita sulla tela, creando l'opera che sarà spiritualmente personale e materialmente vera. Dunque il vero è là! Entra nell'anima e fa parte dell'idea. Il pennello scorre sulla tela ed obbedisce : mostra il tremito delle dita in cui si raccolgono tutte le vibrazioni nervose: nascono gli oggetti, gli animali, le persone, ed in tutti i più piccoli particolari prendono forma, vita, luce. Il fuoco dell'arte è nell'artista, mantenendogli in una tensione di spirito quella emozione che egli comunica alla sua opera. Per questa emozione il lavoro meccanico, faticoso dell'artista, scompare, e producesi l'opera d'arte completa, fusa di un sol pezzo, viva, sensibile. È l'incarnazione dello spirito nella materia, è creazione.... >. Così pensava e scriveva Giovanni Segantini, il più italiano, il più grande fra i grandi pittori dell'ottocento, che visse una vita breve ed operosissima, durante la quale sciagure e dolori abbondarono. Fu condotto a Milano, a cinque anni, dopo la morte della madre. Il padre lo consegnò ad una sorella, poco fortunata anch'essa, e non si fece più vivo. Il piccolo abbandonato vissa due anni da solo, chiuso nella soffitta, perchè la zia era sempre fuori di casa, occupata fino a sera tarda. Un giorno fuggì verso la campagna finché non cadde esausto. Fu raccolto da un buon contadino nella notte, mentre l'uragano imperversava. Divenne da quel giorno un guardianello di bestie. Crebbe così fra i suoi protettori umili, lieto di disegnare sulla terra animali e figure. Un giorno tentò ritrarre una bambina morta e vi riuscì in modo così evidente da suscitare la meraviglia dei suoi benefattori che lo inviarono a Milano a studiare all'Accademia di Brera. Più tardi, agl'inizi della sua carriera artistica, aprì uno studio a Milano; ma delineandosi le sue possibilità e maturandosi il suo temperamento, decise di stabilirsi in campagna per essere più a contatto con la natura. Fu dapprima in Brianza, poi a Savorgnin nei Grigioni, da ultimo sul Maloja, e dipinse tutta quella meravigliosa serie di tele che va da Alla stanga (collocata nella Galleria d'Arte Moderna di Roma) al Trittico (destinato per l'Esposizione del Salone di Parigi) che la morte gli impedì di ultimare. Dal verismo dei suoi primi lavori, per una lenta evoluzione, passò al simbolismo degli ultimi, e dall'ispirazione alla pittura del Millet raggiunse una fattura personale basata sul divisionismo del colore, concepita con alta idealità, e riassunta con profondi accenti d'umanità. Le opere più significative lasciate dal Segantini e che attraverso i tempi dimostreranno o confermeranno il suo grande valore sono: L'Angelo della vita; Il bacio alla fontana; Le due madri; Dea d'amore; Testa di donna e il ritratto della signora Gaetana Oriani, tutte esposte nella Galleria d'Arte Moderna di Milano; Alpe di maggio, nella raccolta della signora Corinna Trossi-Uberti; Vacca bianca all'abbeveratoio, in quella del comm. Mario Rossello a Milano; Ritorno al paese natio, nella Galleria Nazionale di Berlino; Il frutto dell'amore e ritratto di Vettore Grubicy, entrambe nel Museo di Lipsia; Gregge, nel Museo Reale di Bruxelles; Vacche aggiogate, nella Galleria pubblica di Basilea; Ragazza che fa le calze, nel Museo di Coirà (Svizzera); Ora mesta; Vacca che beve e Natura morta, tutte e tre nella Galleria Neupert a Zurigo; Paesaggio del Maloia, nella Galleria Fischer a Lucerna; Le cattive madri e Pascoli alpini, nella Galleria di Vienna; La dea pagana e Cavallo al galoppo, già di proprietà del rag. Benzeni di Milano; Le madri; Camoscio morto; I miei modelli; Due capre al pascolo; Le lussuriose; Sul balcone; La culla vuota, quest'ultima nella Galleria d'Arte Moderna e Ricci-Oddi » di Piacenza.

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