DIVISIONISMO - LA RIVOLUZIONE DELLA LUCE - Rewind

DIVISIONISMO - LA RIVOLUZIONE DELLA LUCE - Rewind

La grande mostra Divisionismo La rivoluzione della luce, aperta il 23 novembre 2019 e chiusa anticipatamente per effetto di quanto disposto dalle norme emanate per il contenimento del virus Covid-19, sarà riallestita nelle magnifiche sale del Castello Visconteo Sforzesco di Novara e riaperta al pubblico dal 24 ottobre 2020 al 24 gennaio 2021 in formula “Rewind”. Promossa e organizzata dal Comune di Novara, dalla Fondazione Castello Visconteo e dall’Associazione METS Percorsi d’arte, in collaborazione con ATL della provincia di Novara, con i patrocini di Commissione europea e Provincia di Novara, con il sostegno di Banco BPM (Main Sponsor), Regione Piemonte, Fondazione CRT e Esseco s.r.l., è curata dalla nota studiosa Annie-Paule Quinsac, tra i primi storici dell’arte ad essersi dedicata al Divisionismo sul finire degli anni Sessanta, esperta in particolare di Giovanni Segantini – figura che ha dominato l’arte europea dagli anni Novanta alla Prima guerra mondiale –, di Carlo Fornara e di Vittore Grubicy de Dragon, artisti ai quali ha dedicato fondamentali pubblicazioni ed esposizioni. Grazie alla disponibilità dei prestatori sono state confermate 61 delle 67 opere presenti nel primo allestimento, provenienti da prestigiosi musei, istituzioni pubbliche e collezioni private. Quelle mancanti, già destinate ad altre esposizioni o impossibili da movimentare una seconda volta, sono state sostituite con opere altrettanto importanti di Giovanni Segantini, Giuseppe Pellizza da Volpedo e Angelo Morbelli, selezionate in funzione della loro attinenza al percorso scientifico al fine di mantenere il rigore dell’impianto originario. Per l’occasione è stata realizzata una pubblicazione ad hoc con le schede critiche, bibliografiche ed espositive delle nuove opere esposte. Sede della mostra: Novara, Castello Visconteo Sforzesco, piazza Martiri della Libertà n. 3 Durata: Dal 24 ottobre 2020 al 24 gennaio 2021 Orari: Martedì - domenica 10,00 – 19,00 (la biglietteria chiude alle 18,00) Aperture straordinarie: lunedì 7 dicembre nonché le festività di domenica 1 novembre, martedì 8 e sabato 26 dicembre, venerdì 1 e venerdì 22 gennaio Chiuso: giovedì 24, venerdì 25 e giovedì 31 dicembre.

INFO:
www.mostradivisionismo.com



Napoli Liberty - N'aria 'e primmavera

Napoli Liberty - N'aria 'e primmavera

Ritornano le mostre temporanee alle Gallerie d’Italia dopo il lockdown: si riparte da Palazzo Zevallos Stigliano, a Napoli, con la mostra Napoli Liberty. “N’aria ‘e primmavera” concepita e curata da Luisa Martorelli e Fernando Mazzocca. Un nuovo progetto culturale dedicato al movimento Liberty che pur spaziando in ambiti diversi – dall’architettura alle arti applicate fino alla scultura e alla pittura – rimane ovunque riconoscibile nella volontà di liberarsi dal passato e in una forte tensione ideale. Come scriveva infatti l’architetto Alfredo Melani nel suo articolo L’arte nuova e il cosiddetto stile Liberty: L’Arte Nuova vuole delle coscienze libere e degli artisti che pensano e si riscaldano alla fiamma della bellezza […] l’Arte Nuova è poetica e contrapponesi alla prosa dell’arte vecchia, rifrittura delle cose antiche. Insomma una vera ventata di novità – è il caso di dirlo: “n’aria ‘e primavera”! – che soffiò in tutta Italia tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento cambiando profondamente il volto delle città e il gusto di un Paese giovane che aveva conquistato la sua unità da solo 30 anni. Anche Napoli fu interessata da questi cambiamenti: qui il gusto e l’arte Liberty portarono a uno sviluppo propulsivo sia nelle arti figurative che in quelle industriali – pensiamo alla ristrutturazione del cortile centrale di Palazzo Zevallos Stigliano su progetto di Luigi Platania, splendida testimonianza del gusto Floreale nella città partenopea – e all’ascesa di giovani artisti che sulla scia dei movimenti secessionisti di fine secolo diedero luogo alle prime mostre d’avanguardia. In particolare fu fondamentale la presenza dell’artista Felice Casorati: nonostante un soggiorno in città della durata di appena tre anni, qui il pittore realizzò almeno 38 dipinti – tra cui alcune opere importanti e recentemente valorizzate – pervasi da una sofferta dimensione introspettiva. Sede della mostra: Gallerie d’Italia – Palazzo Zevallos Stigliano, Via Toledo 185, Napoli. Periodo: Dal 25 settembre 2020 al 24 gennaio 2021. Orari: Da martedì a venerdì dalle 10:00 alle 19:00 (ultimo ingresso alle 18:30). Sabato e domenica dalle 10:00 alle 20:00 (ultimo ingresso alle 19:30). Chiuso il lunedì.

INFO:
https://www.gallerieditalia.com/it/napoli/mostra-napoli-liberty/



DONNE NELL'ARTE - DA TIZIANO A BOLDINI

DONNE NELL'ARTE - DA TIZIANO A BOLDINI

Per quattro mesi, le sale di Palazzo Martinengo a Brescia, si popolano di dame eleganti, madri affettuose, eroine mitologiche, seducenti modelle e instancabili popolane. La storica residenza nel cuore della città, ospita la mostra DONNE NELL’ARTE. Da Tiziano a Boldini, che documenta quanto l’universo femminile abbia giocato un ruolo determinante nella storia dell’arte italiana, lungo un periodo di quattro secoli, dagli albori del Rinascimento al Barocco, fino alla Belle Époque. L’esposizione, curata da Davide Dotti, organizzata dall’Associazione Amici di Palazzo Martinengo, col patrocinio della Provincia di Brescia, del Comune di Brescia, Fondazione Provincia di Brescia Eventi e MOICA – Movimento Italiano Casalinghe, in partnership con Fondazione Marcegaglia onlus, presenta oltre 90 capolavori di artisti quali Tiziano, Guercino, Pitocchetto, Appiani, Hayez, Corcos, Zandomeneghi e Boldini che, con le loro opere, hanno saputo rappresentare la personalità, la raffinatezza, il carattere, la sensualità e le più sottili sfumature dell'emisfero femminile, ponendo particolare attenzione alla moda, alle acconciature e agli accessori tipici di ogni epoca e contesto geografico. Grazie alla collaborazione con la Fondazione Marcegaglia Onlus, è possibile approfondire tramite appositi pannelli di sala alcune tematiche di grande attualità sociale e mediatica quali le disparità tra uomini e donne, il lavoro femminile, le violenze domestiche, l'emarginazione sociale e le nuove povertà. Le opere d'arte diverranno quindi formidabili veicoli per sensibilizzare il pubblico - soprattutto quello più giovane - verso argomenti di grande importanza socio-culturale. Sede della mostra: Palazzo Martinengo, Via dei Musei 30, Brescia. Durata: dal 18 Gennaio al 08 Marzo 2020. ORARI: mercoledì, giovedì e venerdì, dalle 9:00 alle 17:30; sabato, domenica e festivi, dalle 10:00 alle 20:00; lunedì e martedì chiuso.

INFO:
https://it-it.facebook.com/amicimartinengo/



ARCADIA E APOCALISSE. Paesaggi italiani in 150 anni di arte, fotografia, video e installazioni

ARCADIA E APOCALISSE. Paesaggi italiani in 150 anni di arte, fotografia, video e installazioni

Dall’8 dicembre 2019 il PALP Palazzo Pretorio di Pontedera ospita la mostra Arcadia e Apocalisse. Paesaggi italiani in 150 anni di arte, fotografia, video e installazioni, ideata e curata da Daniela Fonti e Filippo Bacci di Capaci e promossa dalla Fondazione per la Cultura Pontedera, dal Comune di Pontedera, dalla Fondazione Pisa, con il patrocinio e il contributo della Regione Toscana. La mostra, che proseguirà sino al 26 aprile 2020, ha l’obiettivo di indagare il modo in cui il paesaggio è stato percepito e rappresentato artisticamente dal 1850 fino ai giorni nostri, mettendo in luce quelli che sono stati i cambiamenti in materia di estetica e di codici rappresentativi e cercando al contempo di sensibilizzare la coscienza dei visitatori sul tema del degrado ambientale. Attraverso un lungo racconto che si avvale di opere pittoriche, scultoree, arti decorative, fotografia e nuovi media – dalla metà dell’Ottocento ad oggi – l’esposizione ruota intorno al pensiero creativo sul paesaggio, un genere pittorico ereditato dal Settecento come rispecchiamento della natura nell’arte, in antitesi alla pittura mitologica e di storia, che si libera dai suoi stereotipi senza però scomparire, per la capacità che il paesaggio stesso ha di rinnovare profondamente i propri significati e codici rappresentativi, di riflettere le radicali trasformazioni della cultura artistica italiana e della società nel suo complesso. La mostra si articola in vari capitoli, dalla diversa estensione, che servendosi della pittura, della fotografia, più avanti del video, del film e delle installazioni, conducono lo spettatore ad immergersi nei sentimenti e nelle riflessioni che – di decennio in decennio – il paesaggio ha ispirato negli autori e nei fotografi e ad apprezzare e comprendere opere che vogliono essere, oltreché immagini coinvolgenti, anche documenti in cui si travasa l’intera cultura di un’epoca. La pittura di paesaggio è infatti il frutto di un processo molto complesso di interpretazione e ‘ricostruzione’ della natura, che coinvolge il momento storico di riferimento con il suo sistema di relazioni, la cultura artistica cui l’autore appartiene e la storia individuale. Sentimenti e riflessioni che nel corso della lunga trasformazione del Bel Paese, trapassano dalla scoperta, in epoca ottocentesca, di un “paesaggio italiano” ereditato dal “Grand Tour” offerto alla modernità come cornice d’inalterata bellezza, alla testimonianza delle azioni talvolta violente che la storia ha inflitto al territorio italiano (dalle demolizioni alle devastazioni delle guerre), agli sconvolgimenti legati all’epoca della ricostruzione postbellica, al definitivo tramonto del mito post-romantico e alla sua sostituzione con azioni di trasformazione così invasive e devastanti da far presagire una imminente Apocalisse. Sede della mostra: PALP Palazzo Pretorio, Piazza Curtatone e Montanara, Pontedera (PI) Orario: da martedì a venerdì 10-19, sabato, domenica e festivi 10-20, lunedì chiuso

INFO:
www.palp-pontedera.it/arcadia-apocalisse-paesaggi-italiani-150-anni-arte-fotografia-video-installazioni/



De Nittis e la rivoluzione dello sguardo

De Nittis e la rivoluzione dello sguardo

Noto soprattutto per le sue composizioni eleganti e alla moda che ne determinarono il successo a Parigi, Giuseppe De Nittis è da annoverare anche tra i principali interpreti di un nuovo modo di guardare la realtà e tradurla con immediatezza sulla tela attraverso inquadrature audaci, tagli improvvisi, prospettive sorprendenti affiancate a una sapiente resa della luce e delle atmosfere. Che si tratti di paesaggi assolati del sud Italia, di ritratti o delle affollate piazze di Londra e Parigi, il pittore di Barletta ha lasciato una serie di istantanee che rappresentano il mondo nel suo apparire fugace e transitorio. Pur senza dimenticare le esigenze del mercato e facendosi interprete del gusto delle esposizioni ufficiali, attraverso un linguaggio teso alla sperimentazione e una sensibilità ottica affine a quella degli amici Manet, Degas e soprattutto Caillebotte, De Nittis ha abbracciato quella “rivoluzione dello sguardo” che segna l’avvento della modernità in arte, a cui nella Parigi di fine Ottocento contribuisce il confronto tra la pittura e i codici visivi della fotografia e della tradizione artistica giapponese. Sono questi i temi che affronta la mostra, rileggendo la carriera del pittore da una prospettiva che pone l’accento sulla sua originalità e carica innovativa. Nel percorso espositivo, alle opere di De Nittis è affiancata un’ampia selezione di fotografie d’epoca firmate dai più importanti autori del tempo – da Charles Marville a Gustave Le Gray, da Alvin Coburn ad Alfred Stieglitz – oltre ad alcune delle prime immagini in movimento dei Lumière, con il fine di evidenziare il contributo del pittore alla comune creazione del linguaggio della modernità. La mostra, organizzata in collaborazione con il Comune di Barletta, è a cura di Maria Luisa Pacelli (conservatrice delle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara), Barbara Guidi (conservatrice delle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara) e Hélène Pinet (già responsabile delle collezioni di fotografia e del servizio di ricerca del Musée Rodin di Parigi). La rassegna sarà accompagnata da un catalogo illustrato che, grazie all’apporto di insigni studiosi, approfondirà alcuni temi ancora poco indagati come il rapporto tra l’artista e la fotografia coeva, l’interazione con le dinamiche del mercato che hanno segnato la fin-de-siècle, le tecniche utilizzate dall’artista e il ruolo decisivo della moglie Léontine nella carriera del pittore. Sede della mostra: Palazzo dei Diamanti, Corso Ercole I d'Este 21, Ferrara. Orario: Tutti i giorni: 9.00 – 19.00

INFO:
www.palazzodiamanti.it/1712



DIVISIONISMO. LA RIVOLUZIONE DELLA LUCE

DIVISIONISMO. LA RIVOLUZIONE DELLA LUCE

La grande mostra Divisionismo La rivoluzione della luce che apre il 23 novembre sino al 5 aprile 2020 a Novara nella magnifica cornice del Castello Visconteo Sforzesco ha l’ambizione di essere la più importante mostra dedicata al Divisionismo realizzata negli ultimi anni, movimento giustamente considerato prima avanguardia in Italia. Per la sua posizione geografica, a quarantacinque chilometri dal Monferrato, fonte iconografica imprescindibile nell’opera di Angelo Morbelli, e appena più di cento dalla Volpedo di Giuseppe Pellizza, senza dimenticare la Valle Vigezzo di Carlo Fornara, Novara è infatti luogo deputato per ospitare questa rassegna, incentrata sul Divisionismo lombardo-piemontese: i rapporti con il territorio ne hanno determinato le scelte e il taglio complessivo. Il Divisionismo nasce a Milano, sulla stessa premessa del Neo-Impressionnisme francese – meglio noto come Pointillisme -, senza tuttavia che si possa parlare di influenza diretta. Muove dall’idea che lo studio dei trattati d’ottica, che hanno rivoluzionato il concetto di colore, debba determinare la tecnica del pittore moderno. Si sviluppa nel Nord d’Italia, grazie soprattutto al sostegno di Vittore Grubicy de Dragon, mercante d’arte, critico, pubblicista e a sua volta pittore, che con il fratello Alberto gestisce a partire del 1876 una galleria d’arte a Milano. E’ Vittore a diffondere tra i pittori della sua scuderia il principio della sostituzione della miscela chimica dei colori tradizionalmente ottenuta sulla tavolozza, con un approccio diretto all’accostamento dei toni complementari sulla tela. Da dato chimico, il colore diventa fenomeno ottico e alla dovuta distanza l’occhio dello spettatore può ricomporre le pennellate staccate in una sintesi tonale, percependo una maggior luminosità nel dipinto. Presto il Divisionismo da Milano e dalla Lombardia si allarga al Piemonte: la pennellata divisa è destinata a diventare strumento privilegiato nella traduzione di una poetica della natura o di una messa a fuoco delle tematiche sociali. Solo Gaetano Previati, irreducibilmente antirealista sin dagli esordi, elabora una visione simbolista che scaturisce dal mito, da un’interpretazione visionaria della storia o dall’iconografia cristiana, agli antipodi di quella di Segantini sempre legata alla radice naturalista di una percezione panica dell’alta quota. Ordinata in otto sezioni tematiche, l’esposizione consta di settanta opere tutte di grande qualità e bellezza, provenienti da importanti musei e istituzioni pubbliche e da collezioni private. Un catalogo scientifico accompagna l’esposizione. Il saggio della curatrice è corredato da schede biografiche degli artisti, con schede critiche delle singole opere affidate agli specialisti di riferimento e apparati bibliografici ed espositivi. Sede della mostra: Castello Visconteo Sforzesco, Novara. Orari: Martedì – domenica 10,00 – 19,00.



ARTE E ARTI. Pittura, incisione e fotografia nell'Ottocento

ARTE E ARTI. Pittura, incisione e fotografia nell'Ottocento

Il 7 gennaio 1839 all’Accademia delle Scienze di Parigi veniva presentata ufficialmente la scoperta della fotografia, merito di Niépce e Daguerre. Per molti decenni un pregiudizio tuttavia aleggiò nei confronti della nuova tecnica: con l’arte si crea, con la fotografia si riproduce solo meccanicamente. È nota la frase di Paul Gauguin: “Sono entrate le macchine, l’arte è uscita…Sono lontano dal pensare che la fotografia possa esserci utile”. Essa darà invece origine a un nuovo modo di rapportarsi al reale e molti saranno i pittori che sapranno farne un uso originale. L’intensa esposizione “Arte e arti. Pittura, grafica e fotografia nell’Ottocento” – proposta dal 20 ottobre 2019 al 2 febbraio 2020 alla Pinacoteca cantonale Giovanni Züst, a Rancate nel Cantone Ticino – ripercorre le tappe dell’affermarsi di questa invenzione. Ma anche del suo rapporto con altre forme di “riproduzione”, conosciute da secoli e legate all’incisione. La mostra propone quindi un confronto serrato e stimolante tra fotografie, dipinti, incisioni, disegni, libri, permettendo di comprendere come quella di metà Ottocento fu una vera e propria rivoluzione nel modo di vedere la realtà e di diffondere conoscenze e informazioni da cui non ci sarebbe stato ritorno. Quanto può influire un’invenzione tecnica sul modo in cui guardiamo il mondo? Cosa è accaduto alla pittura e alla scultura quando a metà Ottocento la fotografia arriva a sconvolgere il concetto stesso di arte, come da secoli lo si era pensato? Cosa ne è dell’opera d’arte “nell’epoca della riproducibilità tecnica”, arrivata oggi alle estreme conseguenze, in un mondo in cui siamo sommersi dalle immagini?La mostra approfondisce esempi offerti da noti pittori ticinesi e italiani. Luigi Rossi ai primi del Novecento utilizza, ad esempio, la fotografia quale complemento ideale all’album di schizzi nella costruzione della posa, come avviene nei dipinti Primi raggi e Riposo. Così come Filippo Franzoni fa largo uso della nuova tecnica nella costruzione di autoritratti e paesaggi, Luigi Monteverde inizia addirittura la sua carriera come fotografo. Fra gli artisti italiani saranno proposti lavori di autori che fin dagli anni sessanta dell’Ottocento hanno affrontato il rapporto con il mezzo fotografico. Tra questi Filippo Carcano, il quale a causa delle “inquadrature” moderne delle sue opere venne accusato dalla critica artistica di un uso “improprio” della fotografia; di Domenico Induno che in alcuni lavori fece dialogare direttamente i personaggi delle sue tele con le fotografie; di Federico Faruffini che abbandonò la pittura proprio per aprire uno studio fotografico in via Margutta a Roma; di Achille Tominetti, Uberto dell’Orto, Pellizza da Volpedo e Angelo Morbelli, autori che nella loro produzione hanno utilizzato la fotografia come importante mezzo di indagine sul vero. Sede della mostra: Pinacoteca Zuest, Rancate (Mendrisio). Orari: Da martedì a venerdì: 9-12 / 14-18. Sabato, domenica e festivi: 10-12 / 14-18.

INFO:
https://www4.ti.ch/decs/dcsu/pinacoteca-zuest/in-mostra/in-mostra/



I MACCHIAIOLI. Storia di una rivoluzione d'arte

I MACCHIAIOLI. Storia di una rivoluzione d'arte

Dal 4 ottobre 2019 al 19 gennaio 2020, Palazzo delle Paure a Lecco ospita una mostra interamente dedicata ai Macchiaioli, movimento artistico che ha rivoluzionato la storia della pittura italiana dell’Ottocento. Nuovo capitolo dell’indagine sull’arte del XIX secolo, iniziata lo scorso anno con l’approfondimento dedicato all’arte lombarda, la rassegna, curata da Simona Bartolena, prodotta e realizzata ViDi - Visit Different, in collaborazione con il Comune di Lecco e il Sistema Museale Urbano Lecchese, presenta 80 opere di autori quali Telemaco Signorini, Giovanni Fattori, Giuseppe Abbati, Silvestro Lega, Vincenzo Cabianca, Raffaello Sernesi, Odoardo Borrani, in grado di analizzare l’evoluzione di questo movimento, fondamentale per la nascita della pittura moderna italiana. Nella seconda metà dell’Ottocento, Firenze era una delle capitali culturali più attive in Europa, punto di riferimento per molti intellettuali provenienti da tutta Italia. Al caffè Michelangelo, si riuniva un gruppo di giovani artisti accomunati dallo spirito di ribellione verso il sistema accademico e dalla volontà di dipingere il senso del vero. Nacquero così i Macchiaioli, il cui nome, usato per la prima volta in senso dispregiativo dalla critica, venne successivamente adottato dal gruppo stesso in quanto incarnava alla perfezione la filosofia delle loro opere. Il percorso espositivo prende avvio dalle opere di Serafino de Tivoli e di Filippo Palizzi, precursori della rivoluzione macchiaiola, che si confronteranno con un lavoro giovanile di Silvestro Lega, dallo stile ancora purista, per giungere alle espressioni più mature della Macchia con Telemaco Signorini, Vincenzo Cabianca, Raffaello Sernesi, Odoardo Borrani, Cristiano Banti, che si allontanano definitivamente dalla tradizionale pittura di paesaggio italiana ma anche dalla lezione della scuola francese di Barbizon, particolarmente incline a indugiare in tendenze formalmente raffinate e legate al romanticismo, per scegliere un approccio più asciutto e severo, cogliendo impressioni immediate dal vero. Non mancheranno i dipinti a soggetto risorgimentale, con i soldati di Giovanni Fattori, né tantomeno quelli firmati dai protagonisti del gruppo dopo gli anni sessanta, quando la ricerca macchiaiola perde l’asprezza delle prime prove e acquisisce uno stile più disteso, aperto alla più pacata tendenza naturalista che andava diffondendosi in Europa. La mostra si chiude con una riflessione sull’eredità della pittura di Macchia. Sede della mostra: Lecco, Palazzo delle Paure (piazza XX Settembre) - 4 ottobre 2019 – 19 gennaio 2020 Orari: Lunedì chiuso. Martedì - venerdì: 09.30 – 19.00 Sabato domenica e festivi: 10.00-19.00

INFO:
www.clponline.it/mostre/i-macchiaioli-storia-di-una-rivoluzione-darte



Boldini e la pittura spagnola di fine secolo

Boldini e la pittura spagnola di fine secolo

La Fundación Mapfre organizza un’esposizione dedicata all'opera di Giovanni Boldini, uno dei migliori ritrattisti italiani di fine secolo. Curata da Francesca Dini e Leyre Bozal, la mostra prende in esame alcuni dei suoi pezzi più significativi. Inoltre, l’esposizione mostra, per la prima volta, l'influenza e il dialogo artistico che Boldini ha avuto con altri pittori spagnoli che facevano parte della Belle Époque, tra cui Raimundo de Madrazo, Joaquín Sorolla, Rogelio de Egusquiza, Martín Rico e Francesc Masriera. Nato a Ferrara (Italia) nel 1842, Giovanni Boldini coltivò il suo amore per la pittura grazie al padre, pittore purista allievo di Tommaso Minardi. Nel 1862 si iscrisse all'Accademia di Belle Arti di Firenze, dove imparò dai maestri Stefano Ussi ed Enrico Pollastrini. Dopo aver viaggiato per l'Europa, nel 1871 si stabilì a Parigi, aprendo uno studio e vivendo con la modella Berthe. Inoltre, iniziò a lavorare per il più importante mercante della capitale francese, Goupil. Divenuto uno dei ritrattisti più ricercati in Europa, tra le sue grandi composizioni figurano i dipinti di Giuseppe Verdi, che ritrasse su tela nel 1886. Non soddisfatto del risultato, ci riprovò una seconda volta impiegando il pastello su carta. Boldini morì a Parigi l'11 gennaio 1931, e le sue spoglie riposano con quelle della sua famiglia nel Cimitero Monumentale della Certosa di Ferrara. Le sue opere mostrano una predilezione per la freschezza e i colori, sempre sviluppati con un'esecuzione rapida, sciolta e allegra. A ciò si aggiungono posizioni e angoli di visuale inusuali, una concezione che ha portato a una svolta in questo genere millenario.

INFO:
www.fundacionmapfre.org/fundacion/en/exhibitions/recoletos-hall/boldini-spirit-of-an-age.jsp



Infinito Leopardi. Gli universi dell'arte

Infinito Leopardi. Gli universi dell'arte

A Recanati proseguono le celebrazioni per il bicentenario dalla stesura de L’Infinito di Giacomo Leopardi. Inaugurerà il 29 giugno, nel giorno del compleanno del poeta recanatese, e proseguirà fino al 3 novembre, il secondo ciclo di mostre che animeranno la programmazione culturale cittadina nella stagione estiva. A Villa Colloredo Mels due mostre che ruotano intorno all’espressione dell’infinito nell’arte in un percorso sensazionale dall’epoca romantica ad oggi: “La fuggevole bellezza. Da Giuseppe De Nittis a Pellizza da Volpedo” a cura di Emanuela Angiuli e “Interminati spazi e sovrumani silenzi. Giovanni Anselmo e Michelangelo Pistoletto” a cura di Marcello Smarrelli. Dopo la fotografia di Mario Giacomelli e la poesia, con l’esposizione straordinaria del manoscritto del 1819 de L’Infinito, l’arte torna ad essere protagonista a Villa Colloredo Mels, aprendo una porta dopo l’altra verso un mondo visibile e infinito. In mostra grandi artisti, come Giuseppe De Nittis, Emile René Ménard, Plinio Nomellini, Gaetano Previati, Amedeo Bocchi, Ettore Tito, Giuseppe Pellizza da Volpedo, Giovanni Anselmo e Michelangelo Pistoletto. Un viaggio attraverso opere straordinarie con lo sguardo “al di là della siepe”. Nella sezione a cura di Emanuela Angiuli “La fuggevole bellezza. Da Giuseppe De Nittis a Pellizza da Volpedo” il percorso della mostra si svolge nella rappresentazione della natura, disegnata nei luoghi della campagna, sulle rocce, lungo il mare, nei giardini, paesaggi come scenari di molteplici e variegate espressioni. Vestendosi sempre più di note liriche, le vibrazioni dei colori e della luce diventano stati d’animo, spesso luoghi di sogni densi di simboli. La pittura del sublime, scaturita dalla creatività della cultura romantica che in Giacomo Leopardi trova un’eco nei versi dell’Infinito, nel corso dell’Ottocento cede ad una sensibilità che ha perso il senso del divino perché nuovo è il sentimento del tempo, nella narrazione letteraria come nell’arte. L’infinito è diventato tempo dell’istante. La natura si fa paesaggio, nasce ormai dal “carpe diem” di un mondo secolarizzato: il divino è in ogni attimo dell’esistenza, nella mutevole bellezza del giorno e delle stagioni. I pensieri della natura nascono dal sentimento della campagna lungo le vie della pittura en plein air che in questa mostra tenta di rintracciare, per strade diverse di luoghi e figure, movimenti e tendenze, una sorta di infanzia invasa di luce e d’aria viva, un mosaico del mondo come palcoscenico di comunità all’aperto. L’infinito si è fatto luce. La luce che segna il farsi e il disfarsi del giorno, ne cadenza il ritmo, fissa i gesti, accompagnando bambini nel gioco dell’infanzia, le donne nei campi, la bella borghesia di fine secolo nei giardini e sui prati dove l’incontro si fa malinconia, sogno, attesa, breve felicità.

INFO:
www.infinitorecanati.it/mostre/infinito-leopardi/



A passi di danza. Isadora Duncan e le arti figurative in Italia tra Ottocento e avanguardie

A passi di danza. Isadora Duncan e le arti figurative in Italia tra Ottocento e avanguardie

La prima mostra italiana dedicata alla danzatrice americana Isadora Duncan e al suo rapporto con le arti figurative italiane sarà ospitata a Villa Bardini e al Museo Stefano Bardini dal 13 aprile al 22 settembre. L’esposizione a cura di Maria Flora Giubilei e Carlo Sisi, in collaborazione con Rossella Campana, Eleonora Barbara Nomellini e Patrizia Veroli, è promossa da Fondazione CR Firenze e da Fondazione Parchi Monumentali Bardini e Peyron, con il patrocinio del Comune di Firenze. Dipinti, sculture e documenti, fra i quali fotografie inedite, ripercorreranno il legame con l’Italia di colei che rivoluzionò le teorie accademiche della danza, per avviare una moderna e innovativa visione del corpo femminile, e del suo movimento, nello spazio, prendendo le mosse dall’influenza che ebbe nel contesto internazionale. Sono circa 170 i pezzi che saranno allestiti su due piani di Villa Bardini e una speciale sezione dedicata alle grandi sculture sarà allestita nel Museo Stefano Bardini. Ribelle ad ogni convenzione e di forte carisma, Isadora si distinse per il suo danzare svincolata da condizionamenti sociali. Centrale è il tema della liberazione del corpo femminile che si coniuga con l’esaltazione di modelli tratti dal mondo archeologico e classico. Niente più corsetti stretti e punte di gesso per la danza ma abiti leggeri e piedi nudi per ritrovare il contatto energetico con la terra. La danzatrice ebbe una significativa influenza sul mondo culturale dei primi del Novecento, quel ‘gusto Duncan’ che connotò molte scelte culturali e stilistiche del suo tempo. Si esibì non solo sui palcoscenici di Parigi, Berlino e Monaco, ma anche nei teatri Armonia di Trieste (1902) e Costanzi di Roma (1912), e mantenne uno speciale legame con Firenze, sin dal 1902, grazie all’amicizia con Eleonora Duse e, successivamente, alla lunga permanenza di uno dei suoi compagni, lo scenografo inglese Edward Gordon Craig, nel capoluogo toscano dal 1906. Nella mostra ci saranno presentate importanti opere di artisti italiani che la ritrassero dal vero mentre danzava nei salotti aristocratici parigini o sulla spiaggia di Viareggio: disegni e olii di Plinio Nomellini, bronzi di Romano Romanelli e di Libero Andreotti. Numerose le opere di artisti colpiti dalla sua figura durante la sua movimentata esistenza, costellata da significativi successi, ma anche da tragici eventi che la segnarono inesorabilmente come la morte dei due figli, Deirdre e Patrick, di 7 e 3 anni, annegati nella Senna. Fra gli artisti rappresentati in mostra, protagonisti delle arti quali: Rodin, Bourdelle, Stuck, Carrière, Zandomeneghi, Previati, Sartorio, Bistolfi, Baccarini, De Carolis, Chini, Cambellotti, Nonni, Boccioni, Depero, Severini, Casorati, Campigli, Sironi, Raphaël, Gio Ponti, in un intrigante avvicendamento di arti maggiori e arti decorative, con preziosi abiti, e ceramiche.

INFO:
www.italialiberty.it/mostraisadoraduncan/



OTTOCENTO. L'arte dell'Italia tra Hayez e Segantini

OTTOCENTO. L'arte dell'Italia tra Hayez e Segantini

La mostra forlivese ai Musei San Domenico del 2019 si occuperà della grande arte italiana dell’Ottocento nel periodo che intercorre tra l’ultima fase del Romanticismo e le sperimentazioni artistiche del nuovo secolo, tra l’Unità d’Italia e la Grande Guerra. La locuzione attribuita a uno dei protagonisti del nostro Risorgimento, Massimo d’Azeglio, «Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani», rimane in sé un’espressione chiave di riflessione sulla nostra storia: come sia stata costruita e creata l’identità nazionale negli anni che hanno fatto seguito all’Unità d’Italia, come sia stata raffigurata l’autobiografia di una nazione, come gli italiani, prima divisi in diverse realtà politiche, sociali e culturali locali, abbiano vissuto l’aspirazione e la realtà di diventare un solo popolo, condividendo una storia comune. Ricostruire attraverso la pittura e la scultura le vicende dell’arte italiana nel mezzo secolo che ha preceduto la rivoluzione del Futurismo consente di capire criticamente come l’arte sia stata non solo un efficace strumento celebrativo e mediatico per creare consenso, ma anche il mezzo più popolare per far conoscere agli italiani i percorsi esaltanti e contraddittori di una storia antica e recente caratterizzata da slanci comuni e da forti tensioni e divisioni. L’arte è stata un formidabile laboratorio per far conoscere e riscoprire le meraviglie naturalistiche del “bel paese” e quelle artistiche delle città che le esigenze della modernità stavano irrimediabilmente trasformando, per presentare la varietà e il fascino degli usi e costumi delle diverse identità locali, per trasmettere l’eccellenza di tecniche artistiche di epoca rinascimentale, ancora richieste in tutto il mondo. Grazie a una selezione di opere eccellenti le sezioni della mostra forlivese ricostruiranno, attraverso un viaggio immersivo nel tempo e nello spazio, i percorsi dei diversi generi: quello storico, la rappresentazione della vita moderna, l’arte di denuncia sociale, il ritratto, il paesaggio e la veduta, temi culturali e sociali nuovissimi, di impatto popolare e dal significato universale. La varietà dei linguaggi con cui sono stati rappresentati consentiranno di ripercorrere le sperimentazioni stilistiche che hanno caratterizzato il corso dell’arte italiana nella seconda metà dell’Ottocento e alle soglie del nuovo secolo, in una coinvolgente dialettica tra tradizione e modernità. Si passerà dall’ultima fase del Romanticismo e del Purismo al Realismo, dall’Eclettismo storicista al Simbolismo, dal Neorinascimento al Divisionismo presentando i capolavori, molti dei quali ancora da riscoprire, dei protagonisti di quei tormentati decenni.

INFO:
www.mostraottocento.com



HAYEZ - Un capolavoro ritrovato

HAYEZ - Un capolavoro ritrovato

Dal 14 novembre 2018 al 17 febbraio 2019 all’interno del percorso espositivo permanente della Gam - Galleria d'Arte Moderna di Milano, è possibile anche visitare la mostra-focus dedicata alla riscoperta di un capolavoro di Francesco Hayez, una delle quattro versioni di Valenza Gradenigo davanti agli inquisitori, l’ultima in ordine cronologico, di cui si conosceva l’esistenza ma che finora non era mai stata trovata. Milano - La scoperta dell’opera sul mercato antiquario da parte di un collezionista e la sua attribuzione a Francesco Hayez hanno offerto alla Gam l’occasione per presentare al pubblico il dipinto, ricostruendone la storia e mettendolo a confronto con le altre tre versioni dello stesso soggetto, realizzate dal pittore tra il 1832 e il 1845 e concesse in prestito da Brera, da Gallerie d’Italia e da un collezionista privato. Le quattro opere sono poste in dialogo con altre preziose tele di Hayez (dai grandi ritratti, tra cui quello di Alessandro Manzoni e di Matilde Juva Branca, alla Maddalena penitente) e con dipinti di storia del primo Romanticismo esposti nelle sale della Gam che, insieme a Brera, conserva il nucleo più significativo di opere di Hayez. La mostra, realizzata grazie al contributo di Ubs nell’ambito della partnership avviata nel 2013 fra l’istituto bancario e la Gam di Milano, è visitabile in orario 9.00-17.30 dal martedì alla domenica (lunedì chiuso; ultimo accesso un’ora prima dell’orario di chiusura). La visita è inclusa nel biglietto di ingresso al museo (intero 5 euro, ridotto 3 euro; ingesso gratuito il primo e il terzo martedì del mese dalle ore 14.00 e ogni prima domenica del mese). Per info 02 88445943.



VENEZIA IN CHIARO - Dialoghi e silenzi nella pittura tra Ottocento e Novecento

VENEZIA IN CHIARO - Dialoghi e silenzi nella pittura tra Ottocento e Novecento

Promossa dal Museo del Paesaggio di Torre di Mosto, in collaborazione con la Fondazione Levi di Venezia, con Demarco Arte Since 1953 e con il Patrocinio della Fondazione Bevilacqua La Masa e la Fondazione di Venezia, la mostra è dedicata a quei pittori che tra Ottocento e Novecento hanno saputo interpretare il tema della veduta prospettica e d’invenzione del paesaggio dal vero a Venezia e in laguna, così come le scene di genere legate alla quotidianità popolare e al revival settecentesco con profonda sensibilità cromatica e luministica. L’esposizione, curata da Luisa Turchi e Stefano Cecchetto, si propone di rappresentare – per emblemi – quella che è stata un’intensa e vitale stagione di rinnovamento del linguaggio pittorico. Nell’assoluta aderenza al vero naturale, gli artisti di quel periodo hanno saputo infondere uno stato d’animo, uno spirito particolare nelle vedute e nelle scene di vita quotidiana attraverso la suprema sintesi di un linguaggio espressivo, mirato a una vera e propria rigenerazione dell’arte, svincolandosi così dalle accademie in cui avevano studiato. Date: dal 31 ottobre 2018 al 13 gennaio 2019 Sede della mostra: Palazzo Querini, Calle Lunga San Barnaba 2691, Venezia Orari: da mercoledì a domenica dalle 11 alle 18



OTTOCENTO IN COLLEZIONE - DAI MACCHIAIOLI A SEGANTINI

OTTOCENTO IN COLLEZIONE - DAI MACCHIAIOLI A SEGANTINI

La storia delle arti figurative in Italia nel secondo Ottocento si intreccia con le vicende dei raccoglitori di opere d’arte e, più in generale, di quello che oggi chiameremmo mecenatismo culturale. Negli anni successivi all’unità nazionale prosegue e si intensifica il fenomeno del collezionismo di dipinti e sculture prodotte dagli artisti del tempo che ha contraddistinto l’età della restaurazione; dopo il 1860 si affaccia alla fruizione e all’acquisto di opere d’arte una sempre più ampia fascia di pubblico, composta in prevalenza da esponenti della borghesia delle imprese e dei commerci, in non pochi casi attratti dalla valenza di status symbol che connota il possesso, l’accumulo e l’ostensione degli oggetti in questione. Come nel passato fanno da volano alla circolazione di quadri e statue le rassegne annuali promosse dalle istituzioni accademiche (a Milano le mostre dell’Accademia di Brera) e dalle associazioni private (a Torino, Firenze, Genova, Roma le rassegne delle Società Promotrici, ancora a Milano quelle della Società Permanente): vetrine che permettono di conoscere l’evoluzione del lavoro degli artisti ma anche occasioni per incrementare le raccolte attraverso acquisti e assegnazioni sociali. A Novecento inoltrato, con una punta quantitativa negli anni Venti, alcune gallerie private come la Pesaro di Milano offriranno infine all’incanto prestigiose collezioni di opere d’arte dell’Ottocento che, disperse in mille rivoli, andranno poi ad alimentare nuove raccolte. La prima parte della rassegna illustra l’affermazione delle poetiche del vero nel loro passaggio dai temi storico letterari tardo romantici alla vita quotidiana del nuovo stato sabaudo da Domenico Morelli, Federico Faruffini, a Giovanni Fattori, Silvestro Lega... Negli anni Sessanta si assiste anche a una messa a fuoco sul paesaggio naturalista e a un confronto tra ritratto pittorico e fotografico. Si prende poi in esame l’assestarsi e il definirsi di un gusto nazionale nei due decenni successivi in confronto, sintonia o contrasto con i richiami della pittura d’Oltralpe. È il trionfo della pittura e della scultura di genere declinate su temi ispirati alla vita pastorale e agreste e a quella borghese delle città moderne, ma anche con affondi decorativi o folcloristici nel neo Settecento e nell’orientalismo. Tra le eccellenze si annoverano le esperienze degli artisti operanti a Parigi o in rapporto con la Galleria Goupil, tra cui Boldini, De Nittis, Zandomeneghi, Corcos. Negli anni Novanta si assiste all’affermazione di istanze ideologicamente impegnate, da un lato verso i temi del lavoro, espressi con attenzione e denuncia delle ingiustizie sociali, dall’altra verso i primi stimoli del simbolismo, a volte interpretati con enfasi decorativa di stampo allegorico. Sede della mostra: Novara, Castello Visconteo Sforzesco, Piazza Martiri della Libertà, 215. Durata: 20 ottobre 2018 - 24 febbraio 2019. Orari di apertura: da martedì a domenica, 10 - 19.



COLORI E FORME DEL LAVORO - Da Signorini e Fattori a Pellizza da Volpedo e Balla

COLORI E FORME DEL LAVORO - Da Signorini e Fattori a Pellizza da Volpedo e Balla

Colori e forme del lavoro: dipinti e sculture di quegli artisti che dopo l’Unità d’Italia dispongono una nuova figurazione della storia, per cui a venir rappresentati in immagini non sono più gli eroi, i poeti e i santi, ma la gente comune colta nella sua realtà quotidiana, nella fatica del lavoro soprattutto, nei campi e nelle officine come in casa o in bottega, ma anche nella pena e nella miseria che sempre dà la mancanza del lavoro. L’esposizione è allestita nei primi due piani di Palazzo Cucchiari sede della Fondazione Giorgio Conti, suntuosa residenza ottocentesca che dal 2015, a seguito di un lungo restauro, è adibita a spazio espositivo. Date: dal 16 giugno al 21 ottobre 2018 Sede della mostra: Palazzo Cucchiari, Via Cucchiari 1, Carrara (MS) Orari: martedì, mercoledì, giovedì e domenica: dalle ore 10 alle 13 e dalle ore 16 alle 20 Venerdì e sabato: dalle ore 10 alle 13 e dalle ore 16 alle 22 lunedì chiuso



VITA IN RISAIA. Lavoro e socialità nella pittura di Angelo Morbelli

VITA IN RISAIA. Lavoro e socialità nella pittura di Angelo Morbelli

L’iniziativa, dal titolo Vita in risaia, porta nelle due città piemontesi altrettanti capolavori del caposcuola del Divisionismo italiano: Risaiuole (1897) e Per ottanta centesimi! (1895). Il primo appuntamento è in programma alla Galleria d’Arte Moderna Paolo e Adele Giannoni di Novara, dal 13 al 25 aprile 2018. Il secondo al Museo Borgogna di Vercelli, dal 29 aprile al 1° luglio 2018. Novara e Vercelli celebrano Angelo Morbelli (1854-1919), il caposcuola del Divisionismo italiano. Vita in risaia. Lavoro e socialità nella pittura di Angelo Morbelli è il titolo di una rassegna che coinvolge, dal 13 al 25 aprile 2018, la Galleria d’Arte Moderna Paolo e Adele Giannoni di Novara e, dal 29 aprile al 1° luglio 2018, il Museo Borgogna di Vercelli e che ruota attorno al dipinto Risaiuole, eseguito da Morbelli nel 1897, che torna visibile dopo oltre cento anni. L’opera, infatti, venne presentata al pubblico in una sola circostanza, nel 1899, quando fu acquistata dalla Società per le Belle Arti ed Esposizione Permanente di Milano e affidata a uno dei suoi associati per sorteggio, entrando così in collezione privata e rimanendovi fino a oggi. L’esposizione del dipinto rappresenta un’occasione particolarmente significativa per arricchire la conoscenza dell’artista alessandrino e per approfondire le trasformazioni della tecnica divisionista utilizzata da Morbelli, in parallelo con lo sviluppo dell’interesse per il tema del lavoro femminile, in particolare di quello svolto nelle risaie. La tela è posta a confronto con il capolavoro di proprietà del Museo Borgogna di Vercelli Per ottanta centesimi! (1895), consentendo di approfondire i cambi di inquadratura e di resa prospettica fra i due dipinti, ma anche di seguire lo sviluppo del divisionismo di Morbelli. La curatela della mostra è affidata ad Aurora Scotti Tosini, tra i massimi esperti del Divisionismo, già curatrice dell’antologica dedicata ad Angelo Morbelli dalla Galleria d’Arte Moderna di Torino nel 2001 e autrice di un volume dedicato al taccuino redatto dal pittore con osservazioni sul lavoro femminile in risaia. Le Risaiuole di Morbelli hanno importanza non solo per la storia dell’arte, ma suggeriscono anche approfondimenti sulle tecniche di coltivazione del riso e sulla storia del lavoro nelle campagne tra Novara e Vercelli negli anni tra ’800 e ’900. Tali tematiche sono affrontate nella pubblicazione dall’agronomo vercellese Giuseppe Sarasso e dallo storico Adolfo Mignemi. Sede della mostra: Novara, Galleria d’Arte Moderna Paolo e Adele Giannoni (via Fratelli Rosselli 20), 13 - 25 Aprile 2018. Orari: martedì-venerdì, 9.00-12.30; 14.00-19.00 sabato e domenica, 10.00-19.00, lunedì chiuso. Sede della mostra: Vercelli, Museo Borgogna (via Antonio Borgogna, 4), 29 aprile - 1 luglio 2018. Orari: martedì-venerdì, 15.00-18.00 sabato, 14.00-18.00 domenica, 10.00-12.30 e 14.00-18.00.

INFO:
www.metsarte.com



PICASSO, DE CHIRICO, MORANDI: 100 capolavori del XIX e XX secolo dalle collezioni private bresciane

PICASSO, DE CHIRICO, MORANDI: 100 capolavori del XIX e XX secolo dalle collezioni private bresciane

Vi è mai capitato di entrare in un’abitazione privata e di trovarvi inaspettatamente al cospetto di un capolavoro Picasso? O di restare a bocca aperta, increduli, davanti a un celebre dipinto di De Chirico pubblicato sul manuale di Storia dell’Arte del liceo, ora appeso nel salotto di vostri conoscenti? Oppure, di avere accesso al caveau di una banca dove è gelosamente custodita un’incredibile collezione di nature morte di Morandi che nessun museo può vantare? Ebbene, se non avete mai avuto la fortuna di vivere in prima persona simili emozioni, questa è la mostra che fa per voi!Dopo quattro anni dalla fortunata esposizione Moretto, Savoldo, Romanino, Ceruti. 100 capolavori dalle collezioni private bresciane, il curatore Davide Dotti propone al pubblico un nuovo appassionante viaggio alla scoperta dei capolavori conservati nelle più prestigiose dimore private della Provincia di Brescia, scrigni di tesori d’arte di inestimabile valore. Protagonisti della mostra non saranno più dipinti rinascimentali e barocchi, bensì tele eseguite nel XIX e XX secolo. Il percorso espositivo – che presenterà in anteprima mondiale un capolavoro riscoperto di Pablo Picasso del 1942, “Natura morta con testa di toro” – permetterà di esplorare le correnti e i movimenti artistici succedutesi nel corso dei decenni attraverso una selezione di oltre cento opere, alcune delle quali inedite o mai esposte in pubblico prima d’ora. Ai lavori dei più illustri pittori bresciani (Basiletti, Inganni, Filippini, Bertolotti, Soldini) seguiranno quelli dei grandi maestri italiani dell’Ottocento (Boldini, De Nittis, Fattori, Zandomeneghi); il salto verso la modernità sarà sancito dalle sperimentazioni d’avanguardia dei Futuristi Balla, Boccioni e Depero che esaltavano il mito del progresso, del dinamismo e della velocità, a cui faranno da contraltare le magiche tele metafisiche di De Chirico, Savinio e Severini; dal “Ritorno all’ordine” che caratterizzò gli anni venti e trenta del Novecento, di cui furono massimi interpreti Sironi, Morandi e Carrà, si approderà infine alla nuova Arte Informale, nata come reazione alla sofferenza e al disagio interiore vissuto dagli artisti di fronte all’immane devastazione della Seconda Guerra Mondiale. L’intento di Fontana, Burri, Vedova e Manzoni fu quello di cercare una nuova via espressiva rispetto a qualsiasi forma, figurativa o astratta, costruita secondo canoni razionali rapportabili alla tradizione pittorica precedente. Le loro opere, caratterizzate dall’improvvisazione e dalla potente gestualità nello stendere una pennellata, tracciare un segno, incidere, tagliare o bucare la tela, sono il frutto di un evento artistico che, svuotato da qualsiasi valore formale, si esaurisce nell’atto stesso della creazione. Sede della mostra: Brescia, Palazzo Martinengo Cesaresco, via dei Musei 30. Orari di apertura: mercoledì-giovedì-venerdì 9:00/17:30; sabato, domenica e festivi 10:00 / 20:00.

INFO:
www.amicimartinengo.it



Da De Nittis a Gemito. I napoletani a Parigi negli anni dell'Impressionismo.

Da De Nittis a Gemito. I napoletani a Parigi negli anni dell'Impressionismo.

Le Gallerie d’Italia – Palazzo Zevallos Stigliano presentano dal 6 dicembre 2017 all’8 aprile 2018 la mostra Da De Nittis a Gemito. I napoletani a Parigi negli anni dell’Impressionismo, a cura di Luisa Martorelli e Fernando Mazzocca. I pittori e gli scultori napoletani presenti a Parigi nella seconda metà dell’Ottocento, fisicamente o attraverso le opere inviate ai Salon e alle Esposizioni Universali, sono stati più numerosi di quelli provenienti da qualsiasi altra parte d’Italia. La mostra ripercorre lo sviluppo della pittura napoletana alla luce di questo fenomeno che ha interessato i generi più amati di quel tempo, il paesaggio, le marine, la veduta urbana e soprattutto la cosiddetta “pittura della vita moderna”, di cui gli Impressionisti e Giuseppe De Nittis sono stati i maggiori interpreti. Con una trentina di opere, di cui una mai esposta prima, De Nittis è la figura emblematica della mostra. Pugliese ma napoletano di vocazione e cultura, nel suo celebre salotto parigino – dove erano ospiti abituali tra gli altri Edgar Degas, Edmond de Goncourt, Charles François Daubigny insieme a vari protagonisti della mondanità – ha accolto gli artisti napoletani che giungevano in città. Tra questi Antonio Mancini che proprio dall’assidua frequentazione di quel salotto riuscì a trarre ispirazione per una pittura del tutto originale. Una intera sezione della mostra è dedicata allo scultore Vincenzo Gemito di cui vengono esposti numerosi ritratti e, grazie a un prestito eccezionale dal Museo Nazionale del Bargello, il grande “Pescatore”, presentato all’Esposizione Universale del 1878. Giuseppe Palizzi, Domenico Morelli, Gioacchino Toma, Francesco Netti, Francesco Paolo Michetti, Federico Rossano, Edoardo Tofano, Giacomo Di Chirico, Alceste Campriani sono gli altri protagonisti di questa mostra e ci raccontano con le loro opere come tra le pendici del Vesuvio e le rive della Senna nacque la “pittura della vita moderna”. Sede della mostra: Gallerie d’Italia, Palazzo Zevallos Stigliano, Via Toledo 185, Napoli. Orari: Da martedì a venerdì dalle 10 alle 18 - Sabato e domenica dalle 10 alle 20. Lunedì chiuso.

INFO:
www.gallerieditalia.com/it/napoli/



La Trottola e il Robot.  Tra Balla, Casorati e Capogrossi

La Trottola e il Robot. Tra Balla, Casorati e Capogrossi

L’11 novembre 2017, al PALP Palazzo Pretorio di Pontedera, si inaugura la grande mostra La trottola e il robot. Tra Balla, Casorati e Capogrossi, curata da Daniela Fonti e Filippo Bacci di Capaci e promossa dalla Fondazione per la Cultura Pontedera, dal Comune di Pontedera e dalla Fondazione Pisa, in collaborazione con l’Istituto di Biorobotica della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e con il patrocinio della Regione Toscana e del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo. La mostra, che proseguirà sino al 22 aprile 2018, nasce intorno ad una prestigiosa collezione di giocattoli d’epoca di proprietà del Comune di Roma, presentando insieme agli antichi balocchi circa 110 opere di artisti italiani attivi tra il 1860 e il 1980. La trottola e il robot mette a confronto due aspetti della creatività legati all’infanzia, quello che si traduce negli oggetti concreti, i giocattoli, creati un tempo dagli artigiani e poi dall’industria, e quello che rappresenta e interpreta il gioco infantile nelle arti figurative e plastiche italiane, dalla fine del XIX secolo alla seconda metà del XX. Si tratta di due universi separati, che solo di quando in quando hanno trovato modo di rispecchiarsi gli uni (i giocattoli) nelle altre (le opere d’arte) e il lungo racconto di figure ed oggetti che si snoda nelle sale espositive di Palazzo Pretorio, offre da differenti, dialettici o integrati punti di vista un osservatorio inedito e suggestivo sui mutamenti della società italiana nel corso dei decenni, sulle variazioni dei modelli pedagogici, di vita e di pensiero e sul rapporto spesso controverso fra il mondo degli adulti e quello – assai più misterioso – dei bambini. Le opere degli artisti italiani che hanno prediletto il tema dell’infanzia, dialogheranno in mostra, intorno ad alcuni temi chiave, con nuclei di oggetti ludici, scelti di volta in volta per la loro valenza sociale, didattica, ma anche più latamente simbolica e onirica; di questi saranno messi in evidenza il mutamento formale, l’avvicendarsi dei materiali in uso, il loro attingere ai mutamenti tecnologici in atto. Fra i temi significativi individuati nella sequenza espositiva, la casa coincide con la rappresentazione dello spazio interno, dell’intimità domestica nella quale si svolge la vita quotidiana dell’adulto e il gioco del bambino. Grandi modelli di casa di bambola, differenziati fra il modello alto borghese e quello più dimesso, bambole d’epoca, arredi in miniatura sono posti a confronto con le opere di Zandomeneghi, Balla, Casorati, Cambellotti, Francalancia, Campigli, Viani, Pirandello, Novelli con i giocattoli creati dagli artisti. Sede della mostra: PALP Palazzo Pretorio Pontedera, Piazza Curtatone e Montanara, Pontedera (PI). Orario: da martedì a domenica 10-20, lunedì chiuso.

INFO:
www.palp-pontedera.it



Divina creatura - La donna e la moda nelle arti del secondo Ottocento

Divina creatura - La donna e la moda nelle arti del secondo Ottocento

Sessanta sculture e dipinti assolutamente affascinanti. E, per corredo, una sequenza di ventagli d’autore – dipinti cioè da grandi artisti, spesso i medesimi che ritraevano le “belle Signore” – e un nucleo di preziosi abiti d’epoca. L’obiettivo è quello di testimoniare un vero e proprio cambio di paradigma nella storia del costume femminile in Europa. Sono infatti anni in cui si consolida il ruolo della donna, ora anche protagonista al di fuori delle pareti domestiche. Attentissima alla propria posizione sociale e alla immagine che contribuiva a veicolarla. E’ soprattutto attraverso il ritratto su commissione che è possibile seguire le rapide e sorprendenti evoluzioni dell'abbigliamento femminile: spesso i modelli sono rappresentati da donne simbolo, a cominciare dalla regina d'Italia, Margherita di Savoia, o da figure appartenenti all'aristocrazia internazionale distinte grazie alla propria eleganza, come la contessa Carolina Maraini Sommaruga (1869-1959). In mostra sarà esposto un suo celebre ritratto firmato da Vittorio Corcos e verrà ricostruito un ambiente della sua casa con mobili e quadri a lei appartenuti. Tra gli artisti esposti si citano gli Induno, Mosè Bianchi, Boldini, Troubetzkoy, Giacomo Grosso, oltre ai ticinesi Antonio Ciseri, Luigi Rossi e Adolfo Feragutti Visconti. Sede: Pinacoteca cantonale Giovanni Züst, Rancate (Mendrisio), Canton Ticino, Svizzera Date: 15 ottobre 2017 – 28 gennaio 2018 A cura di: Mariangela Agliati Ruggia, Sergio Rebora e Marialuisa Rizzini Coordinamento scientifico e organizzativo: Alessandra Brambilla

INFO:
decs-pinacoteca.zuest@ti.ch



DIPINTI SULL'ACQUA da Magnasco a de Conciliis (1720-2017)

DIPINTI SULL'ACQUA da Magnasco a de Conciliis (1720-2017)

Fa tappa a Cremona la mostra diffusa ‘Dipinti sull'acqua: da Magnasco a de Conciliis (1720-2017)'; l'inaugurazione si terrà martedì 11 luglio nella Pinacoteca del Museo civico ‘Ala Ponzone' di Cremona e il 25 luglio al MuSa di Salò e al Vittoriale degli Italiani. L'esposizione ‘Dipinti sull'acqua' comprende le opere di alcuni pittori italiani dell'Ottocento e di diversi artisti contemporanei. L'obiettivo è quello di presentare alcuni autori che hanno usato l'acqua per raccontare paesaggi, storie, attività umane. L'acqua è l'elemento naturale indispensabile alla nascita della vita; è vicino all'acqua che si sono concentrati i primi insediamenti umani. ‘La mostra -sottolinea Lorenzo Zichichi- ripercorre l'impatto di nuove forme di rappresentazione della realtà, dalla fotografia a internet o alla video arte, attraverso artisti che hanno continuato a percepire come modo più suggestivo di raffigurarla il pennello e la tela. Partendo da pittori che non videro proprio l'avvento di queste nuove tecnologie, e quindi al termine del percorso che aveva avuto nel dipinto ad olio la regina delle tecniche espressive bidimensionali, la scelta è focalizzata su quegli artisti italiani che meritano di essere riscoperti o promossi, perché coraggiosamente hanno mantenuto viva l'arte pittorica dall'Ottocento ai giorni nostri e che hanno rappresentato l'acqua. Una scelta soggettiva e suggestiva della curatrice, molto interessante perché straniera e grande conoscitrice dell'Ottocento europeo e italiano, e dei dipinti custoditi nelle collezioni russe, con un'attenzione a quegli artisti del Novecento che implacabilmente hanno trovato nell'acqua e nella pittura il loro mondo, fatto di suggestioni, poesia, bellezza, armonia, da condividere con noi. La mostra, poi, a Cremona si arricchisce di due dipinti settecenteschi di particolar pregio, tra cui quello del Magnasco, pittore specializzato nei paesaggi su cui altri artisti aggiungevano le figure. Dopo quasi trecento anni, i pittori che ritraggono l'acqua, oggi esposti in mostra, prediligono la rappresentazione dell'acqua priva di personaggi, come se avessero preso coscienza dell'importanza di togliere anziché aggiungere'. ‘Non è un caso - sottolinea Marina Pizziolo, critica d'arte - che questa mostra si concluda con un meraviglioso assolo di de Conciliis: artista che riesce ancora a raccontare l'acqua nelle forme della natura, senza perdersi nell'aneddotica descrittiva di una pittura di luoghi. La mostra itinerante, che è composta da oltre sessanta opere, provenienti da collezioni pubbliche e private sarà ospitata successivamente in altri musei italiani. Martedì, 11 Luglio 2017 - Domenica, 01 Ottobre 2017. Sede della mostra: Pinacoteca del Museo civico ‘Ala Ponzone', via Ugolani Dati 4, Cremona. Orari: da martedì a domenica 10 - 17, festivi: 10 - 17, lunedì chiuso.

INFO:
www.musei.comune.cremona.it/



GIOVANNI BOLDINI

GIOVANNI BOLDINI

La mostra Giovanni Boldini, ospitata dal 4 marzo al 16 luglio a Roma al Complesso del Vittoriano - Ala Brasini, si presenta come una delle più ricche e spettacolari esposizioni antologiche degli ultimi decenni, proponendo al pubblico olii e pastelli tra i più rappresentativi della produzione di Boldini e di altri artisti a lui contemporanei, oltre a una piccola selezione di disegni su carta e incisioni. L’esposizione ricostruisce passo dopo passo il geniale percorso artistico del grande maestro italo-francese che non è stato solo uno dei protagonisti di quel periodo ineguagliabile, o solo il geniale anticipatore della modernità novecentesca, ma colui che nelle sue opere ha reso ed esaltato la bellezza femminile, svelando l’anima più intima e misteriosa delle nobili dame dell’epoca, per lui “fragili icone”. In mostra circa 160 opere - alcune delle quali raramente esposte come La tenda rossa (1904), Signora che legge (1875), Ritratto di signora in bianco con guanti e ventaglio (1889), Signora bruna in abito da sera (1892 ca.), Ritratto di Madame G. Blumenthal (1896) - provenienti da importanti collezioni private e dai musei di tutto il mondo quali il Musée d'Orsay di Parigi, Staatliche Museen zu Berlin - Nationalgalerie di Berlino, il Musée des Beaux-Arts di Marsiglia, gli Uffizi di Firenze e infine ma non per ultimo il Museo Giovanni Boldini di Ferrara che è la più importante raccolta pubblica di opere del maestro. Esposta nelle sale del Vittoriano anche la grande tela dedicata a Ritratto di Donna Franca Florio (1901-1924), capolavoro simbolo della Belle Époque e della Palermo felicissima. Sotto l’egida dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano, con il patrocinio del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo e della Regione Lazio, la grande retrospettiva è organizzata e prodotta da Gruppo Arthemisia, in collaborazione con Assessorato alla Crescita culturale - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali di Roma Capitale e AIAC (Associazione Italiana Arte e Cultura), ed è curata da Tiziano Panconi e Sergio Gaddi. Sede della mostra: Roma, Complesso del Vittoriano - Ala Brasini Orari: dal lunedì al giovedì 9.30 - 19.30 Venerdì e sabato 9.30 - 22.00 Domenica 9.30 - 20.30

INFO:
www.ilvittoriano.com



DA HAYEZ A BOLDINI - Anime e volti della pittura italiana dell'Ottocento

DA HAYEZ A BOLDINI - Anime e volti della pittura italiana dell'Ottocento

Dopo il successo riscosso con “Il cibo nell’Arte dal Seicento a Warhol” e “Lo Splendore di Venezia”, Palazzo Martinengo ospita fino all’11 Giungo 2017 una nuova grande mostra – curata da Davide Dotti – che racconta al pubblico la straordinaria stagione artistica che l’Italia visse nel corso del XIX secolo, illustrando le correnti e i movimenti pittorici che fiorirono rendendo il panorama artistico nazionale uno dei più frizzanti e dinamici a livello europeo. Gli oltre cento dipinti selezionati, provenienti da prestigiose collezioni pubbliche e private, permettono di compiere un appassionante viaggio alla scoperta dei massimi esponenti del neoclassicismo, del romanticismo, della scapigliatura, dei macchiaioli e del divisionismo, presentati per la prima volta a Brescia in una gioiosa sinfonia di luminose atmosfere e squillanti tonalità. Il percorso espositivo è inaugurato da un celebre capolavoro di Antonio Canova che incarna alla perfezione i canoni dell’estetica neoclassica: Amore e Psiche. L’emozionante scultura dialoga con le tele dei maggiori interpreti del neoclassicismo tra cui Andrea Appiani, pittore prediletto da Napoleone, capace di evocare nelle sue opere la sublime grazia raffaellesca. La seconda sezione dedicata al romanticismo ha come protagonista il grande Francesco Hayez che, con la maestria del suo pennello, seppe raggiungere vertici assoluti anche in opere di ampio formato come nella Maria Stuarda, capolavoro di tre metri per due per l’occasione giunto eccezionalmente a Brescia. Accanto ad altri significativi lavori di Hayez sono esposti dipinti dei principali pittori romantici tra cui Piccio, la cui pittura vibrante e aerea anticipò gli esiti dei maestri della Scapigliatura a cui è dedicata la terza sala, ricca delle modernissime tele di Tranquillo Cremona. Negli stessi anni in cui a Milano si affermavano gli scapigliati, a Firenze si faceva largo un gruppo di giovani e agguerriti artisti che, per reagire alla stanca pittura insegnata nelle accademie, diede vita al movimento dei macchiaioli capitanato da Fattori, Lega e Signorini, autori di memorabili capolavori che trovano spazio nel piano ammezzato del palazzo. Proseguendo nel percorso, il visitatore è prima sedotto dai dipinti a soggetto orientalista che riecheggiano le magiche luci e le seducenti atmosfere del lontano oriente, e poi dalle toccanti scene di vita quotidiana immortalate con pungente realismo da Induno, Ciardi, Favretto, Palizzi, Irolli, Milesi e dal bresciano Angelo Inganni, presente con diversi lavori tra cui due splendide vedute di Piazza Loggia. Sede della mostra: Brescia, Palazzo Martinengo Cesaresco info@amicimartinengo.it - www.amicimartinengo.it Orari: mercoledì, giovedì e venerdì: dalle 9:00 alle 17:30 sabato, domenica e festivi: dalle 10:00 alle 20:00 lunedì e martedì chiuso

INFO:
www.amicimartinengo.it



L'Impressionismo di Zandomeneghi - Padova, Palazzo Zabarella

L'Impressionismo di Zandomeneghi - Padova, Palazzo Zabarella

Federico Zandomeneghi (Venezia 1842 – Parigi 1917) è stato un figlio d’ arte. Grande talento naturale e pieno di temperamento, ha però preferito la pittura alla vocazione di famiglia che lo avrebbe dovuto portare alla scultura. Il nonno Luigi era stato intimo di Canova e il padre Pietro aveva realizzato il grandioso Monumento di Tiziano nella basilica dei Frari a Venezia. Giovane patriota lasciò la sua città, ormai liberata dal dominio austriaco e ricongiunta all’Italia, per Parigi dove divenne protagonista, insieme agli altri due italiani che come De Nittis e Boldini si inserirono con disinvoltura in quellla straordinaria officina della modernità, della cosiddetta “pittura della vita moderna”. Come gli Impressionisti, Degas e Renoir, con cui ebbe uno straordinario rapporto, Zandomeneghi è stato soprattutto l’ interprete dell’emancipazione della donna rappresentata nell’ambito della sua vita quotidiana, dei rituali scanditi da regole precise come la toilette, la passeggiata al Bois, la lettura, la conversazione, il teatro. Attraverso uno stile inconfondibile ed un uso raffinatissimo della tecnica del pastello egli ha saputo fermare le fisionomie, i gesti, le atmosfere, creando un immaginario femminile, quello della parigina, che sembra ancora molto attuale. Ma di Parigi, delle sue piazze, dei boulevard, dei caffè, dei teatri, egli è riuscito a fermare per sempre le atmosfere in un momento irrepetibile, divenendo tra i maggiori interpreti del fascino della Belle Époque. La mostra, con circa cento opere, intende ripercorrere dagli esordi, in cui fu profondo il legame con Firenze e la rivoluzione dei Macchiaioli, rinsaldato dall’ amicizia privilegiata con Diego Martelli, una carriera straordinaria che lo ha visto testimone del passaggio da un naturalismo impegnato, con quadri di denuncia sociale, a una pittura che ha saputo interpretare in maniera molto personale le novità dell’Impressionismo. Attraverso dipinti ad olio e pastelli, molti dei quali sconosciuti al grande pubblico, provenienti dai grandi musei (come Brera, la Galleria d’ Arte Moderna di Palazzo Pitti e la Galleria d’Arte Moderna Ricci Oddi ) e dalle più esclusive raccolte private, sarà finalmente possibile riscoprire un vero talento e una personalità artistica finora non adeguatamente noti e valorizzati. Durata della mostra: 01 Ottobre 2016 - 29 Gennaio 2017

INFO:
www.zabarella.it



Carlo Pittara e la Scuola di Rivara - Un momento magico dell'Ottocento pedemontano

Carlo Pittara e la Scuola di Rivara - Un momento magico dell'Ottocento pedemontano

Il Museo Accorsi – Ometto presenta un’esposizione che intende esplorare il percorso artistico di quei pittori che, a vario titolo e in tempi anche diversi, frequentarono il “cenacolo” di Rivara, animato dalla figura di Carlo Pittara. La mostra, realizzata in collaborazione con lo Studio Berman di Giuliana Godio e a cura di Giuseppe Luigi Marini, comprende circa settanta opere provenienti da collezioni private italiane, selezionate secondo un elevato criterio qualitativo e storico. Dodici sono gli artisti presentati, provenienti da diverse regioni italiane e non solo, a sottolineare l’importanza di una stagione artistica che supera i confini regionali. Accanto ai piemontesi Carlo Pittara, Vittorio Avondo, Ernesto Bertea, Federico Pastoris (a cui si aggiungeranno più tardi i torinesi Giovanni Battista Carpanetto, Adolfo Dalbesio e Francesco Romero, di Moncalvo) sono presenti artisti liguri (Ernesto Rayper e Alberto Issel) o “naturalizzati” come tali (gli iberici D’Andrade e De Avendaño), nonché il fiorentino di natali, ma giunto a Torino in tenera età, Antenore Soldi. Il momento che essi rappresentano è caratterizzato dalla ricerca di un sensibile realismo nella rappresentazione del paesaggio agreste, con accenti diversi, ma improntati dalla comune attenzione prima al paesismo ancora intriso di romanticismo dello svizzero Alexandre Calame (che quasi tutti conobbero inizialmente a Ginevra), presto attratti dal paesismo dei pittori di Barbizon in Francia e dalle novità di Corot e dal linguaggio fontanesiano attraverso contatti diretti, poi rinnovati negli anni di Rivara, con il maestro reggiano a Volpiano, tramite anche le esortazioni del ligure Tammar Luxoro. Il confronto tra i pittori iberici e quelli liguri iniziò dapprima negli incontri a Carcare, nel Savonese, poi, sopratutto d’estate o in autunno, a Rivara, dove il lavoro gomito a gomito ebbe momenti catalizzanti, specie dopo l’inserimento nel gruppo di Rayper, su esortazione di D’Andrade. La scelta di confrontarsi con il paesaggio di Rivara avvenne non solo per l’amenità del dolce paesaggio agreste, ma perché tutti potevano godere della generosa ospitalità del banchiere Carlo Ogliani, cognato di Pittara, rivarese d’origine e proprietario di un’accogliente villa, poi anche del vasto castello acquistato all’inizio degli anni Settanta. L’abituale consuetudine dei gioviali incontri, che connotò la rivoluzione “realista” di quei compagni di cavalletto, ebbe il proprio momento di maggiore vitalità e di fulgore a cavallo del 1870, sino alla precoce morte di Rayper nel 1873 e a uno stillicidio di abbandoni alla fine del decennio, tra cui quello, parziale, dello stesso Pittara, che ritroviamo a Roma nel 1877 e a Parigi dopo il 1880 (anche se di ritorno a Rivara ogni anno per qualche mese); così Avondo, D’Andrade, Pastoris e Bertea, variamente e progressivamente attratti dal restauro e dallo studio dei monumenti del Medioevo pedemontano. Durata della mostra: 22 Settembre 2016 - 15 Gennaio 2017.

INFO:
www.fondazioneaccorsi-ometto.it



I pittori della luce dal Divisionismo al Futurismo

I pittori della luce dal Divisionismo al Futurismo

Dal Divisionismo al Futurismo è un grande programma internazionale che ruota attorno a un preciso periodo storico e a un nucleo di capolavori italiani. Il progetto si concretizza in due mostre diverse: la prima alla Fundación MAPFRE di Madrid, dal 17 febbraio al 5 giugno, e la seconda al Mart di Rovereto, dal 24 giugno al 9 ottobre. Due tappe di uno stesso viaggio, due mostre che raccontano l’arte dei maestri italiani che vissero tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX. Furono questi i pittori che introdussero il rivoluzionario cambiamento di mentalità su cui poggiano le proprie basi le avanguardie del ’900, in particolare il Futurismo. Con questo progetto il Mart rinnova proficue collaborazioni internazionali e valorizza, ancora una volta, il proprio patrimonio in Italia e all’estero. L’esposizione I pittori della luce. Dal Divisionimo al Futurismo è curata da Beatrice Avanzi, Musée d’Orsay; Daniela Ferrari, Mart; Fernando Mazzocca, Università degli Studi di Milano e presenta oltre 80 opere in sei sezioni cronologiche e tematiche: Il Divisionismo tra vero e simbolo; La luce della natura; La declinazione simbolista. Una “pittura di idee”; La declinazione realista. L’impegno sociale; Verso il futurismo; La pittura futurista. Attraverso una selezione di capolavori provenienti dalle Collezioni del Mart, arricchita da prestigiosi prestiti pubblici e privati, la mostra narra le origini e lo sviluppo del Divisionismo in un dialogo esplicito con il Futurismo. Sede della mostra: MartRovereto, Corso Bettini, 43 info@mart.trento.it - www.mart.trento.it Orari: mar-dom 10.00-18.00 - ven 10.00-21.00 - Lunedì chiuso

INFO:
www.mart.trento.it



Dialogo sulla Misericordia dal Seicento all'Ottocento

Dialogo sulla Misericordia dal Seicento all'Ottocento

Dal 13 maggio al 25 settembre 2016 presso il Complesso Monumentale di San Salvatore in Lauro si terrà la Mostra “Dialogo sulla Misericordia. Dal Seicento all’ Ottocento” frutto della collaborazione tra il Pio Sodalizio dei Piceni, Il Cigno GG Edizioni di Roma e Il Museo Statale dell' Ermitage di San Pietroburgo. Interverranno Giovanni Castellucci, Presidente del Pio Sodalizio dei Piceni, Franco Gabrielli, Prefetto di Roma, Nicola Zingaretti, Presidente della Regione Lazio, Lorenzo Zichichi de Il Cigno Edizioni ed i curatori Sergei O. Androsov, del Museo dell’Ermitagee Paolo Serafini, dell’ Università La Sapienza di Roma. Continua l’impegno del Pio Sodalizio dei Piceni in occasione del “Giubileo della Misericordia” indetto per l’anno 2016 da Papa Francesco, con una mostra di respiro internazionale e che vede, dopo il successo di “Via Lauretana, via della Misericordia”, approdare nei Musei di San Salvatore in Lauro ben undici capolavori provenienti dal Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo. Del resto, non è la prima volta che la proficua collaborazione tra la Fondazione del Pio Sodalizio, Il Cigno Edizioni e il Museo dell' Ermitage porta a Roma celebri capolavori della storia dell’arte: si veda la straordinaria mostra del 2008 “Visioni del Grand Tour dall’Ermitage (1640-1880). Paesaggi e gente d’Italia nelle Collezioni Russe”. Il titolo di questa nuova mostra, “Dialogo sulla Misericordia dal Seicento all’ Ottocento”, racchiude in sé tutti gli elementi dell’esposizione ed è il primo grande evento internazionale che coniuga l’arte con il Giubileo della Misericordia: si tratta di un vero e proprio dialogo tra i quadri di provenienza russa e i capolavori provenienti da collezioni private italiane, racchiusi in un arco temporale che va dal Seicento europeo al grande Ottocento italiano. I curatori, Androsov e Serafini, hanno voluto porre l’accento sulla continuità – dai celebri quadri degli antichi maestri alle opere dell'Ottocento italiano – nell’affrontare temi religiosi, mistici, storici e sociali. Tra i capolavori esposti si ricordano La Deposizione di Pieter Paul Rubens, l’Annunciazione di Anton Raphael Mengs, l’Incredulità di San Tommaso di Anthonis Van Dyck, il Martirio di Santo Stefano di Pietro da Cortona, Il Cristo tentatodi Domenico Morelli (mai più visto dalla Biennale del 1901), Le Due Madri di Luigi Nono (esposto per la prima volta in questa occasione dal 1886)ed i Musici santimbanchi di Antonio Mancini.

INFO:
WWW.ARTE.IT



Dal Divisionismo al Futurismo - Foundacion Mapfre, Madrid - Mart, Rovereto

Dal Divisionismo al Futurismo - Foundacion Mapfre, Madrid - Mart, Rovereto

Dopo il grande successo di Madrid giunge al Mart la grande mostra "I pittori della luce. Dal Divisionismo al Futurismo", a cura di Beatrice Avanzi, Daniela Ferrari e Fernando Mazzocca, in coproduzione con la Fundación MAPFRE di Madrid. Il progetto espositivo, che comprende capolavori provenienti dalle Collezioni del Mart e prestigiosi prestiti pubblici e privati, narra le origini e lo sviluppo del Divisionismo, che ha svolto un ruolo fondamentale nel rinnovamento artistico italiano tra fine '800 e inizio '900, trovando il suo ideale seguito nell'avanguardia futurista. Il Divisionismo si afferma nel 1891 alla Triennale di Brera, con la prima uscita "pubblica" di un gruppo di giovani pittori: Segantini, Pellizza da Volpedo, Morbelli, Longoni, sostenuti da Vittore Grubicy de Dragon. A partire da una rivoluzione visiva derivante dalle scoperte scientifiche sulla scomposizione del colore e incentrata sul potere espressivo della luce, cambiano anche i soggetti dipinti, tesi verso una modernità nei temi raffigurati che spaziano dai contenuti sociali, in un'Italia da poco unita ancora in cerca di una propria identità culturale, a soggetti più lirici legati alla tendenza internazionale del Simbolismo. Sulla forza rivoluzionaria di questa nuova poetica e sulle sue basi tecniche nasce, all'inizio del '900, il Futurismo, movimento d'avanguardia ideato dal poeta Filippo Tommaso Marinetti, che irrompe sulla scena artistica nel 1910 con il Manifesto dei pittori Boccioni, Balla, Carrà, Russolo e Severini. La scomposizione della luce divisionista associata a quella della forma e a una vocazione alla rappresentazione del movimento e della velocità della vita moderna, capisaldi della poetica futurista, proiettano l'arte italiana nel cuore del coevo dibattito artistico europeo. È in questo confronto tra due generazioni che si definisce la nascita della pittura moderna in Italia.

INFO:
www.mart.tn.it



Lo splendore di Venezia - Canaletto, Bellotto Guardi e i vedutisti dell'Ottocento - Palazzo Martinengo, Brescia

Lo splendore di Venezia - Canaletto, Bellotto Guardi e i vedutisti dell'Ottocento - Palazzo Martinengo, Brescia

Dopo il successo riscosso con “Il cibo nell’Arte dal Seicento a Warhol”, Palazzo Martinengo ospita la più importante mostra sul vedutismo veneziano del ‘700 e ‘800 mai organizzata in Italia. Si tratta di un’esposizione di caratura internazionale, ricca di capolavori provenienti da collezioni pubbliche e private italiane ed estere, che vuole celebrare la città italiana che più di ogni altra è stata, ed è ancora oggi, un mito intramontabile nell’immaginario collettivo: Venezia. Crogiolo di arte e cultura, religioni e commerci, monumenti storici e scorci mozzafiato, la Serenissima ha sedotto con il suo fascino ammaliante generazioni di viaggiatori, mercanti, letterati e soprattutto pittori che hanno fissato sulla tela con la magia del pennello piazze, chiese e canali, luci, riflessi e le mutevoli atmosfere di questo “luogo incantato fuori dal tempo sospeso tra distese di acqua e di cielo”. Nel corso dei secoli Venezia è stata così spesso immortalata sia da artisti italiani che stranieri da determinare la nascita del vedutismo, nuovo filone iconografico particolarmente apprezzato dai colti e ricchi viaggiatori del Grand Tour desiderosi di tornare in patria con una fedele istantanea delle incantevoli bellezze ammirate nel Bel Paese. Per raccontare al pubblico la genesi e lo sviluppo della gloriosa stagione del vedutismo veneziano, Palazzo Martinengo accoglie in esclusiva una selezione di oltre cento capolavori di Canaletto, Bellotto, Guardi e dei più importanti vedutisti del XVIII e XIX secolo. Accuratamente selezionati da un comitato scientifico internazionale presieduto dal curatore Davide Dotti, i dipinti dimostreranno che la fortuna del vedutismo non si esaurì con la fine della Repubblica di Venezia, ma proseguì anche durante l’intero corso dell’Ottocento. Sala dopo sala il visitatore vivrà un affascinante viaggio alla scoperta degli scorci più suggestivi della Città dei Dogi – da Piazza San Marco a Punta della Dogana, da Palazzo Ducale al Ponte di Rialto fino allo spettacolare Canal Grande percorso dalle gondole – seguendo il filo di un racconto che si dipana lungo due secoli di Storia dell’Arte, attraversando le differenti correnti pittoriche succedutesi nel corso del tempo, dal barocco al rococò, dal romanticismo fino agli echi dell’impressionismo. Le luminose vedute ideate dai pittori, popolate da spigliate macchiette in costumi d’epoca e dai personaggi della Commedia dell’Arte, diventano sovente cornici alle famose feste veneziane del Redentore, della Regata Storica, della Sensa e del coloratissimo Carnevale animato dalle tradizionali maschere. La mostra, che si articola secondo un avvincente itinerario cronologico, è suddivisa in dieci sezioni tematiche impreziosite dalla presenza di una raffinata selezione di vetri di murano creati dall’artista Maria Grazia Rosin, tra cui l’installazione “Gelatine Lux” esposta alla 53º Biennale d’Arte di Venezia.

INFO:
www.amicimartinengo.it



Fattori - Palazzo Zabarella, Padova

Fattori - Palazzo Zabarella, Padova

Le celebri tavolette, i dipinti monumentali di soggetto risorgimentale, i magnifici ritratti, le scene di vita popolare saranno riuniti in una grande mostra che riproponga al pubblico l’assoluto protagonista, non solo della pittura macchiaiola, ma anche del naturalismo di fine secolo. Giovanni Fattori (Livorno, 1825 – Firenze, 1908) è stato certamente anche per la lunga vita, la qualità, il numero dei quadri realizzati, un protagonista di livello europeo. La sperimentazione della macchia cui lui ha dato un contributo decisivo, è stata solo una delle fasi di un’esperienza di maggiore e più vario respiro. Se nelle tavolette, come la famosa “Rotonda di Palmieri”, ha saputo dialogare con il Quattrocento Italiano, pur riuscendo a concepire una visione assolutamente moderna, nei dipinti successivi di grande formato ha saputo raggiungere una dimensione epica che lo accosta al realismo di Courbet. La pittura di Fattori, un artista impegnato sempre fedele a se stesso, è riuscita, soprattutto nella rappresentazione delle grandi battaglie de Risorgimento o della vita dura del popolo della Maremma, a rendere una fase della storia italiana con un respiro che ricorda la letteratura verista di Verga o la poesia di Carducci. La mostra consentirà di mettere a confronto non solo temi diversi ma anche differenti soluzioni stilistiche che dimostrano l’evoluzione dell’artista. La sua grandezza è stata nella capacità di interpretare tematiche universali, come appunto l’eroismo, la pietà, il lavoro, la morte, che emergono nei suoi ultimi capolavori tra i quali “Lo staffato” con una forza straordinaria da far pensare a Goya.

INFO:
www.zabarella.it



Bellezza divina - Tra Van Gogh, Chagall e Fontana - Firenze, Palazzo Strozzi

Bellezza divina - Tra Van Gogh, Chagall e Fontana - Firenze, Palazzo Strozzi

Dal 24 settembre 2015 al 24 gennaio 2016 Palazzo Strozzi a Firenze ospita Bellezza divina tra Van Gogh, Chagall e Fontana, un’eccezionale mostra dedicata alla riflessione sul rapporto tra arte e sacro tra metà Ottocento e metà Novecento attraverso oltre cento opere di celebri artisti italiani, tra cui Domenico Morelli, Gaetano Previati, Felice Casorati, Gino Severini, Renato Guttuso, Lucio Fontana, Emilio Vedova, e internazionali come Vincent van Gogh, Jean-François Millet, Edvard Munch, Pablo Picasso, Max Ernst, Stanley Spencer, Georges Rouault, Henri Matisse. Dalla pittura realista di Morelli all’informale di Vedova, dal Divisionismo di Previati al Simbolismo di Redon, fino all’Espressionismo di Munch o alle sperimentazioni del Futurismo, la mostra analizza e contestualizza un secolo di arte sacra moderna, sottolineando attualizzazioni, tendenze diverse e talvolta conflitti nel rapporto fra arte e sentimento del sacro. Grandi protagoniste della mostra sono celebri opere come l’Angelus di Jean-François Millet, eccezionale prestito dal Musée d’Orsay di Parigi, la Pietà di Vincent van Gogh dei Musei Vaticani, la Crocifissione di Renato Guttuso delle collezioni della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, la Crocifissione bianca di Marc Chagall, proveniente dall’Art Institute di Chicago. Attraverso sezioni dedicate ai temi centrali della riflessione religiosa e artistica, Bellezza divina costituisce un’occasione straordinaria per confrontare opere celeberrime studiate da un punto di vista inedito, presentate accanto ad altre di artisti oggi meno noti ma il cui lavoro ha contribuito a determinare il ricco e complesso panorama dell’arte moderna, non solo sacra. L’esposizione nasce da una collaborazione della Fondazione Palazzo Strozzi con l’Arcidiocesi di Firenze, l’Ex Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Firenze e i Musei Vaticani e si inserisce nell’ambito delle manifestazioni organizzate in occasione del V Convegno Ecclesiale Nazionale, che si terrà a Firenze tra il 9 e il 13 novembre 2015 e al quale interverrà anche papa Francesco.

INFO:
www.palazzostrozzi.org



Divisionismo tra Torino e Milano - Da Segantini a Balla - Museo Accorsi-Ometto, Torino

Divisionismo tra Torino e Milano - Da Segantini a Balla - Museo Accorsi-Ometto, Torino

La mostra, curata da Nicoletta Colombo e organizzata in collaborazione con lo Studio Berman di Giuliana Godio, intende esplorare attraverso quarantasei opere, selezionate secondo un elevato criterio qualitativo e storico, i percorsi del Divisionismo partendo dall’epicentro della pittura divisa italiana: il Piemonte e la Lombardia. I dipinti esposti prendono cronologicamente le mosse dai tardi anni Ottanta del secolo XIX e disegnano la storia del Divisionismo di area piemontese e lombarda a partire dai suoi esordi fino a tutto il primo decennio del secolo XX. A segnare il percorso espositivo saranno dunque i protagonisti emblematici della sperimentazione pittorica luminosa: Giovanni Segantini, Giuseppe Pellizza da Volpedo, Angelo Morbelli, Gaetano Previati, Vittore Grubicy de Dragon, Emilio Longoni, Matteo Olivero, Carlo Fornara, Giovanni Sottocornola, Cesare Maggi, Achille Tominetti, Andrea Tavernier, Giovanni Battista Ciolina, Giuseppe Cominetti, Angelo Barabino. All’ingresso del secolo nuovo, accanto ai maestri ormai storicizzati, si affiancano pittori di più giovane generazione: i futuri Futuristi, come Carlo Carrà, Umberto Boccioni, Giacomo Balla, Leonardo Dudreville, promettenti autori legati per nascita o per formazione alla storia artistica piemontese e lombarda del tempo. L’esposizione conduce il cammino del Divisionismo fino alle soglie del Futurismo, chiudendo cronologicamente l’indagine sulla poetica dei giovani divisionisti al 1910.

INFO:
www.fondazioneaccorsi-ometto.it



La grande guerra - Arte e artisti al fronte - Gallerie d'Italia, Milano

La grande guerra - Arte e artisti al fronte - Gallerie d'Italia, Milano

Nell’ambito delle manifestazioni organizzate in Europa per la ricorrenza del Centenario della Prima guerra mondiale e in concomitanza con Expo 2015, Intesa Sanpaolo presenta nei propri poli museali delle Gallerie d’Italia la mostra La Grande Guerra. Arte Luoghi Propaganda. Attraverso gli occhi degli artisti del tempo, il racconto di come l’Italia precipiti nella guerra, viva il confl itto e vi reagisca. Uno sguardo nuovo – quello degli artisti – su un periodo che va dalla Belle Époque al Fascismo e che svela le tensioni sociali ed esistenziali che precedettero e portarono a un confl itto di entità mai vista e che, successivamente, nel tentativo di ricostruire un ordine dopo il caos, condussero al Fascismo. Lo sguardo dei pittori-soldato impegnati al fronte, da dove descrivono umanità ferita, paesaggi modifi cati e luoghi di battaglia che ancora oggi portano il segno della distruzione, rivelato dalla fotografi a contemporanea. Lo sguardo sui muri delle strade cittadine da dove la propaganda dilaga oltre le pagine dei giornali, con immediatezza ed effi cacia, per coinvolgere e suscitare il consenso di una popolazione, lontana e spesso ignara, chiamata in nome dell’Amor di Patria e del senso del dovere a offrire supporto economico e aiuti di vario genere alla macchina della guerra. Il racconto della fi ne di un’epoca attraverso l’incontro con grandi artisti italiani e capolavori mai visti, che hanno cambiato l’arte dell’Italia tra un secolo e l’altro. Un percorso per comprendere quanto la Grande Guerra debba considerarsi come il decisivo punto di svolta rispetto alla civiltà ottocentesca e, di fatto, la porta di ingresso del mondo a noi contemporaneo. Inserita nell’ambito del programma nazionale delle commemorazioni per il Centenario sotto l’egida della Presidenza del Consiglio dei Ministri - Struttura di Missione per gli Anniversari di Interesse Nazionale e con il patrocinio del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo nonché del Ministero della Difesa, il progetto espositivo è curato da Fernando Mazzocca con Francesco Leone e Anna Villari, con il coordinamento generale di Gianfranco Brunelli.

INFO:
www.gallerieditalia.com



Il Bel Paese - L'Italia dal Risorgimento alla Grande Guerra dai Macchiaioli ai Futuristi - MAR, Ravenna

Il Bel Paese - L'Italia dal Risorgimento alla Grande Guerra dai Macchiaioli ai Futuristi - MAR, Ravenna

Il Museo d’Arte della Città di Ravenna si presenta all’ormai tradizionale appuntamento espositivo di fine inverno-primavera, con una mostra in programma dal 22 Febbraio al 14 Giugno 2015, realizzata grazie al prezioso sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Ravenna, finalizzata a documentare il nostro Paese e le sue bellezze, in quel tratto di tempo, davvero cruciale, che va dall'epopea risorgimentale alla Grande Guerra Il Bel Paese. L’Italia dal Risorgimento alla Grande Guerra, dai Macchiaioli ai Futuristi, come recita il titolo dell'esposizione, intende restituire, infatti, attraverso diverse sezioni tematiche, la rappresentazione del 'paesaggio' italiano inteso in tutti i suoi aspetti, offrendo anche un palinsesto della società e della cultura dalle premesse dell'Unità alla partecipazione al primo conflitto mondiale, di cui cade il centenario proprio nel 2015. Il tessuto straordinario della realtà geografica e storica italiana, fatto di intrecci e sedimentazioni di testimonianze culturali dove anche la natura è espressione dell’antropizzazione rimane sostanzialmente inalterato fino all'avvio della modernizzazione del Paese con il passaggio da un’economia rurale all’industrializzazione e ai suoi nuovi processi produttivi. La mostra offre dunque una sequenza di documenti pittorici delle straordinarie bellezze paesaggistiche italiane, e insieme spaccati di vita quotidiana come specchio di diverse condizioni sociali, in un tempo di grandi trasformazioni – politiche, economiche, culturali – rappresentate dai maggiori artisti italiani, ma anche nella prospettiva eccentrica degli artisti stranieri calati nel nostro Paese per ammirarne e dipingerne le bellezze. Una storia, anche, di interpretazioni diverse, in taluni casi a carattere ancora marcatamente regionalistico, in altri, di trasformazioni linguistiche di respiro europeo per un arco di tempo che va dalla pittura dei Macchiaioli all’insorgere dell’avanguardia futurista. La mostra, curata da Claudio Spadoni, apre con un’ampia sezione introduttiva con la presenza di alcuni dei più noti dipinti di Induno, Fattori, Lega, Guaccimanni, dedicati all'epopea risorgimentale. Si succederanno poi diversi altri capitoli di questo viaggio nel tempo lungo la nostra penisola, ma anche in sequenza di modelli espressivi, con dipinti dei maggiori artisti del tempo, come Fontanesi, Caffi, Lega, Costa, Induno, Bianchi, Palizzi, Previati, Segantini: vette alpine, vedute lacustri, i più ammirati paesaggi marini, e scorci tra i più pittoreschi delle città mete celebrate del Grand Tour, come Venezia, Firenze, Roma, Napoli, nelle diverse declinazioni degli interpreti di punta del secondo Ottocento italiano, nonché di diversi artisti stranieri.

INFO:
www.mar.ra.it



Boldini, Lo spettacolo della modernità - Forlì, Museo di San Domenico

Boldini, Lo spettacolo della modernità - Forlì, Museo di San Domenico

“C’est un classique!”. E’ questo il riconoscimento dato a Giovanni Boldini (Ferrara 1842 – Parigi 1931), fin dalla prima esposizione postuma che si tenne a Parigi a pochi mesi dalla morte. “Il classico di un genere di pittura”, ribadì in quella occasione Filippo de Pisis. Dopo la rassegna dedicata nel 2012 a Wildt (che sarà protagonista nel 2015 di una mostra realizzata dal Musée d’Orsay all’Orangerie di Parigi in collaborazione con la Città di Forlì e la Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì), e le due successive sul Novecento ed il Liberty, la Fondazione e i Musei di San Domenico di Forlì proseguono nella esplorazione, attraverso nuovi studi e la riscoperta di opere poco note, della cultura figurativa tra Otto e Novecento, proponendo per la stagione espositiva del 2015 una approfondita rivisitazione della vicenda di Giovanni Boldini certamente il più grande e prolifico tra gli artisti italiani residenti a Parigi. E’ in questo ideale spazio di rapporto tra Forlì e Parigi che si colloca la nostra nuova iniziativa. Nella sua lunghissima carriera, caratterizzata da periodi tra loro diversi a testimonianza di un indiscutibile genio creativo e di un continuo slancio sperimentale che si andrà esaurendo alla vigilia della Pima Guerra Mondiale, il pittore ferrarese ha goduto di una straordinaria fortuna, pur suscitando spesso accese polemiche, tra la critica ed il pubblico. Amato e discusso dai suoi primi veri interlocutori, come Telemaco Signorini e Diego Martelli, fu poi compreso e adottato negli anni del maggiore successo dalla Parigi più sofisticata, quella dei fratelli Goncourt e di Proust, di Degas e di Helleu, dell’esteta Montesquiou e della eccentrica Colette. Rispetto alle recenti mostre sull’artista, questa rassegna si differenzia per una visione più articolata e approfondita della sua multiforme attività creativa, intendendo valorizzare non solo i dipinti, ma anche la straordinaria produzione grafica, tra disegni, acquerelli e incisioni. Le ricerche più recenti di Francesca Dini (curatrice della mostra insieme a Fernando Mazzocca), consentono di arricchire il percorso con la presentazione di nuove opere, sia sul versante pittorico che, in particolare, su quello della grafica.

INFO:
www.mostraboldini.com



Corcos, Sogni della Belle époque - Padova, Palazzo Zabarella

Corcos, Sogni della Belle époque - Padova, Palazzo Zabarella

Era destino che questa esposizione monografica su Corcos, la più completa mai realizzata per numero e qualità delle opere presentate, approdasse a Palazzo Zabarella, proseguendo così la serie delle rassegne dedicate ai grandi protagonisti dell'Ottocento italiano: Hayez nel 1998, Boldini nel 2005, Signorini nel 2009, De Nittis nel 2013. Soprattutto dopo la riconsiderazione di Boldini e De Nittis, i due grandi italiani a Parigi, era inevitabile rivolgere l'attenzione a un pittore di eguale livello che, pur non scegliendo come gli altri due di stabilirsi per sempre nella capitale francese, vi rimase tuttavia per sei lunghi anni, dal 1880 al 1886, decisivi per la sua formazione e la sua affermazione professionale, per poi ritornarvi periodicamente, facendone per sempre il proprio punto di riferimento. Questo rapporto privilegiato e i viaggi di lavoro a Edimburgo e a Berlino confermano la sua statura internazionale e un aggiornamento che ne ha fatto uno dei testimoni più significativi della Belle Époque, quella leggendaria stagione della cultura e del costume che era destinata a interpretare gli slanci, ma anche le tensioni, della modernità e che terminava con lo scoppio della Grande Guerra, di cui proprio quest'anno ricorre il centenario. Corcos è stato un insuperabile interprete della società del suo tempo dedicandosi in maniera quasi esclusiva, anche se non mancano i capolavori in altri generi come il paesaggio e le scene di vita moderna, al ritratto che tra i due secoli - pensiamo ancora a De Nittis e Boldini, ma anche a Carolus Duran, Fantin Latour, Whistler, Sargent, Sorolla, Zuloaga, Troubetzkoy - ha dimostrato una straordinaria vitalità e originalità. In una lunga e fortunata carriera, iniziata nel 1880 quando un suo dipinto venne acquistato dal re Umberto I e conclusasi nel 1931, quando fermò l'ammaliante bellezza della giovane principessa Maria José - destinata a diventare regina d'Italia -, Corcos ha saputo declinare il ritratto con una sorprendente versatilità che trova in questa mostra, intesa a rivelare come mai è avvenuto prima ogni aspetto del suo eccezionale percorso creativo, una assoluta conferma. Come dimostrano le opere principali e i molti inediti emersi nel corso delle nostre ricerche, egli ha saputo ogni volta reinventarsi, cambiando soggetti, impostazione, ambienti, rendendo dunque quello che rischiava di essere il genere più convenzionale e condizionato dalle esigenze della clientela occasione invece di libertà e sperimentazione. Questo si deve certamente a un'abilità tecnica sorprendente, ma anche a una solida preparazione culturale e a formidabili frequentazioni, tra gli intellettuali dei più raffinati periodici dell'epoca, come «Fanfulla della Domenica» o «Il Marzocco», e protagonisti come Carducci, Pascoli, D'Annunzio, Emilio Treves, il principe degli editori. FEDERICO BANO - Presidente della Fondazione Bano

INFO:
www.zabarella.it/mostre/corcos



Segantini - Milano, Palazzo Reale

Segantini - Milano, Palazzo Reale

Giovanni Segantini (1858-1899), uno dei più grandi artisti europei di fine Ottocento, ebbe in Milano una vera e propria patria dello spirito, una città di riferimento per tutta la sua breve vita. Anche a seguito del trasferimento nei Grigioni, infatti, Milano continuerà a restare il fulcro della parabola segantiniana e piazza favorita per l’esposizione delle sue opere. Il suo avventuroso pellegrinaggio dai colli della Brianza alle creste granitiche dell’Engadina narra la storia straordinaria della creatività culturale che si sviluppò nelle valli tra l’Italia e la Svizzera all’inizio del secolo scorso. Prodotta da Comune di Milano – Cultura, Palazzo Reale e Skira editore in collaborazione con Fondazione Antonio Mazzotta la mostra partecipa a Milano Cuore d’Europa, il palinsesto culturale dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Milano dedicato all’identità europea della nostra città. Nell’anno che precede l’Expo, la mostra è una straordinaria celebrazione della “milanesità” dell’artista: un’intera sezione è dedicata proprio agli esordi milanesi del pittore, che con il suo ingresso all’Accademia di Brera diede il via a un promettente e fecondo percorso artistico. Pittoreschi scorci dei Navigli rievocano lo splendore della Milano di fine Ottocento. Non mancano sezioni dedicate alla natura morta e al ritratto. Costume grigionese, La mia Famiglia, Ritratto della Signora Torelli e alcuni autoritratti, non sono in mostra solo per permettere allo spettatore di ripercorrere i legami affettivi dell’artista, ma soprattutto per testimoniare la sua indubbia potenza di ritrattista. Immancabile, poi, il percorso dedicato a Natura e vita nei campi. Un nutrito numero di quadri, tra i quali possiamo citare i bellissimi Sul balcone e L’ultima fatica del giorno, esalta il ruolo della montagna nella sua opera pittorica, che offre in mostra uno spaccato del paesaggio alpino, con le sue scene di vita nei campi, i suoi costumi caratteristici e una peculiare rappresentazione della società contadina. La sezione Natura e Simbolo, nella quale si possono ammirare i celeberrimi Mezzogiorno sulle Alpi e La raffigurazione della Primavera, esplora il dualismo iconografico caro a Segantini: una fusione tra i due opposti che determina la ricchezza del suo linguaggio. Infine, a ideale conclusione del percorso della mostra, una sezione dedicata al tema della maternità ospita L’Angelo della vita e Pascoli di primavera, capolavori delle istituzioni milanesi: la Galleria d’Arte Moderna e la Pinacoteca di Brera. Una nutrita raccolta di lavori provenienti da numerose e importanti istituzioni museali europee e statunitensi, a cominciare dal Museo Segantini di St. Moritz, che si fa testimone, attraverso il cammino artistico, della stessa vita del maestro: dall’infanzia trascorsa nella vivace metropoli post-unitaria, al trasferimento sulle Alpi svizzere, uno degli ultimi, incontaminati, paradisi naturalistici.

INFO:
www.mostrasegantini.it



Giovanni Battista Quadrone - Torino, Fondazione Accorsi-Ometto

Giovanni Battista Quadrone - Torino, Fondazione Accorsi-Ometto

Dopo le mostre dedicate ad Antonio Fontanesi e ad Alberto Pasini, la Fondazione Accorsi – Ometto prosegue con gli omaggi alla pittura italiana del XIX secolo: protagonista di questa nuova esposizione, curata dal professore Giuseppe Luigi Marini e organizzata in collaborazione con lo Studio Berman di Giuliana Godio, è Giovanni Battista Quadrone considerato uno dei massimi rappresentanti della pittura di genere dell’Ottocento italiano. Quadrone nacque nel 1844 a Mondovì da una ricca famiglia di imprenditori di materiali lapidei e morì nel 1898 a Torino. Formatosi all’Accademia Albertina, dopo un brevissimo soggiorno a Parigi, nel 1870, rientrò nel capoluogo piemontese. Attivo a Torino, Mondovì e, dal 1883, soprattutto in Sardegna, fu autore di dipinti finitissimi, di piccole e medie dimensioni, non solo di soggetti o di ispirazione venatori; il pittore fu anche lo scopritore e il cantore del paesaggio sardo, prima di concludere la sua breve esistenza interessandosi, con i pennelli, alla vita del circo. Il fil rouge che lega tutti i soggetti delle sue opere è la paziente definizione «iperrealistica» delle scene di vita venatoria, circense o rusticana: Quadrone cesellava con il colore anche i minimi particolari, con tecnica e precisione inesorabili, nulla dimenticando e a nulla rinunciando di quanto riteneva utile alla completa rappresentazione di una situazione.



L'oriente di Alberto Pasini - Torino, Fondazione Accorsi-Ometto

L'oriente di Alberto Pasini - Torino, Fondazione Accorsi-Ometto

A un anno di distanza dalla mostra dedicata ad Antonio Fontanesi, la Fondazione Accorsi – Ometto ospita nelle sale del Museo una rassegna monografica intitolata ad Alberto Pasini (Busseto, 1826 - Cavoretto 1899). L’esposizione, curata dal professore Giuseppe Luigi Marini e realizzata in collaborazione con Arte Futura di Giuliana Godio, vede, accanto a una sessantina di opere, per lo più di collezionisti privati, una serie di fotografie e di disegni, appartenenti ai discendenti del pittore, testimonianza storica fondamentale per comprendere il vissuto del grande artista. Pasini, nato da una famiglia economicamente disagiata, nel 1851 si trasferisce a Parigi e nel 1855 riesce ad aggregarsi alla missione diplomatica francese presso lo scià di Persia, compiendo un lungo viaggio nel favoloso «Oriente». Al suo ritorno a Parigi, dopo due anni, acquista una larga notorietà grazie ai dipinti dedicati a quei luoghi lontani. Dopo numerosi viaggi in Egitto, Sinai, Palestina, Libano, Siria, Costantinopoli e Turchia, nel 1876 Pasini rientra in Italia, facendo tappa a Venezia: qui egli scopre una preziosa alternativa – per colori, forme e luci – all’amatissimo Oriente. Lo stesso accadde durante due viaggi in Spagna, nel 1879 e nel 1883, durante i quali il pittore rimane folgorato dalle fascinose atmosfere moresche degli edifici. La mostra di Pasini si sofferma proprio sul versante «orientalista» del pittore e ne analizza l’aspetto più universalmente noto, apprezzato e numericamente cospicuo.



L'Ottocento tra poesia rurale e realtà urbana - Rancate, Pinacoteca cantonale Giovanni Zust

L'Ottocento tra poesia rurale e realtà urbana - Rancate, Pinacoteca cantonale Giovanni Zust

Due date emblematiche, quelle del 1830 e del 1915, a racchiudere le immagini dei cambiamenti della società, sia contadina che urbana, fissati sulla tela dai maggiori artisti attivi in area lombarda e ticinese in quei decenni. Questo l’affascinante racconto che la Pinacoteca cantonale Giovanni Züst di Rancate (Mendrisio) propone dal 13 ottobre 2013 al 12 gennaio 2014 con la grande mostra “Un mondo in trasformazione. L'Ottocento tra poesia rurale e realtà urbana” a cura di Giovanni Anzani ed Elisabetta Chiodini. La rassegna ripercorre i cambiamenti intervenuti in questo momento storico cruciale. Lo fa attraverso una novantina di capolavori eseguiti dai maggiori protagonisti della cultura figurativa ottocentesca lombarda e ticinese. L’oculata scelta delle opere si prefigge d’illustrare l’evoluzione della pittura di paesaggio, rurale e urbano, tra il 1830 e il 1915 con le conseguenti implicazioni sulla società. Non solo paesaggi quindi, ma anche scene di vita quotidiana. Lungo il percorso della mostra il visitatore avrà modo di immergersi nell’ambiente cittadino ottocentesco attraverso le suggestive vedute di Lugano e Milano, dipinte da artisti quali Giovanni Migliara, Giuseppe Canella e Carlo Bossoli, che testimoniano le significative modifiche dell’assetto urbano. Da queste vedute tipiche dell’epoca romantica si passa a una visione della città più attenta ai mutamenti della modernità: irrompono infatti la presenza della ferrovia, dell’industria e del disagio sociale, ma anche nuovi momenti ricreativi, dedicati allo svago collettivo e privato. Tra i principali interpreti di questo mondo in trasformazione troviamo Carcano, Franzoni, Feragutti Visconti e Mosè Bianchi che con Corso di Porta Ticinese tratteggia i contorni di una Milano fumosa e brulicante di vita, mentre con Lavandaie immortala la fatica di umili donne iscritte in un paesaggio che conserva ancora cadenze bucoliche. Quadri in cui la denuncia sociale si fa più esplicita sono ad esempio Alveare di Luigi Rossi, Ritorno dal lavoro e L’abbruttito di Pietro Chiesa, Venduta! di Angelo Morbelli, dipinto che ritrae l’annichilente realtà della prostituzione minorile. A quest’ultimo artista, portavoce delle diverse declinazioni del suo tempo, la mostra dedica un’intera sala. I mutamenti delle abitudini e dei costumi della società strettamente connessi al nuovo paesaggio, inteso come luogo abitato e vissuto, compongono l’universo artistico di numerosi pittori. Accanto alla fatica della vita contadina e alla miseria che alberga nelle zone suburbane, trovano spazio i lussi e i sollazzi della borghesia descritti in quadri che trasmettono la spensieratezza delle classi sociali più agiate. Alla trasfigurazione della città si affiancano i paesaggi della campagna ticinese e lombarda che paiono cristallizzati in una visione idealizzata dai toni lirici.



La maison Goupil et l'Italie - Rovigo, Palazzo Roverella

La maison Goupil et l'Italie - Rovigo, Palazzo Roverella

Tornano per la prima volta insieme le opere degli artisti italiani della seconda metà dell’Ottocento, che lavorarono per la famosa Galleria Goupil di Parigi. Una Galleria che annoverava tra le sue fila pittori di diversa provenienza e formazione, francesi, italiani, spagnoli, ungheresi, una scuderia di artisti che, uniti da un comune progetto e sentimento, dipinsero scene di vita quotidiana e di genere, ambientate in eleganti interni o in ombrosi giardini, scene in costume, pompeiano o settecentesco, vedute urbane e paesaggi animati. Opere che divennero immediatamente popolari e apprezzate da critici e mercanti, creando e alimentando un gusto collezionistico di respiro europeo e internazionale, i cui effetti proseguiranno ben oltre gli inizi del Novecento. Grazie allo studio degli inventari e dei documenti conservati nel Museo Goupil di Bordeaux e al Getty Research Institute di Los Angeles, la mostra ricostruisce l’esatta consistenza delle opere dei circa cento artisti italiani che lavorarono per la Galleria, soffermandosi anche sul contesto storico, artistico e sociale che permise il formarsi di questo nuovo gusto borghese. Negli anni Settanta e Ottanta dell’Ottocento, Goupil cavalcò con spregiudicata capacità la nascita del nuovo gusto borghese per il collezionismo d’arte. I nuovi ceti si avvicinavano alla pittura ricercando opere di grande qualità pittorica ed effetto e gli italiani erano proprio gli artisti che meglio rispondevano a queste esigenze. Con opere di piccolo formato, di grande impatto, piacevoli e di facile comprensione, che immediatamente divennero un modello da imitare. Ogni casa francese ed europea doveva godere di un’opera d’arte, si trattasse di un dipinto originale o di una riproduzione fotografica o a stampa. Questo il programma perseguito da Goupil che acquistava un’opera, la riproduceva con le più diverse tecniche e la diffondeva ovunque, rendendola popolare nel mondo. Quella proposta a Palazzo Roverella è una mostra come non si è mai vista. Nel senso letterale del termine, poiché propone una serie di opere che nessuno, se non i diretti proprietari, ha mai avuto modo di ammirare da molto, molto tempo. Opere ritrovate in collezioni spesso lontanissime dall’Italia, inseguite dal curatore della mostra nei loro infiniti passaggi di mano, dal momento del loro acquisto presso la Galleria Goupil ad oggi. Basti dire, ad esempio, dello Sposalizio in Basilicata di Giacomo Di Chirico, ritrovato in Messico e qui esposto per la prima volta al pubblico dopo 136 anni. O Rhea di Raffaello Sorbi o Suonatrice di lira di Giovanni Boldini, opere mai prima esposte. Molti dei dipinti hanno ancora sul retro timbri e targhette originali della Galleria, e le opere saranno in continuo dialogo e confronto con le incisioni da esse tratte di proprietà del Musèe Goupil di Bordeaux.



De Nittis - Padova, Palazzo Zabarella

De Nittis - Padova, Palazzo Zabarella

Con la sua arte e il suo fascino tutto italiano riuscì a sedurre la Parigi delle Esposizioni Universali. A quella del 1878, l’ultima prima della sua prematura scomparsa, era presente con ben 11 opere, segno dell’enorme considerazione di cui godeva. Si confrontava, alla pari, con Degas e Monet e gli Impressionisti sapendo cogliere il meglio delle loro novità, ma interpretandole con gusto e sensibilità del tutto originali. L’italien era amato dalla critica e le sue tele ambite dal grande collezionismo internazionale. Sposato con una brillante francese, Léontine, la sua casa parigina era il punto di incontro di artisti, intellettuali e dell’alta società. Un artista di successo, quindi, in un città, Parigi, che in questi decenni era la vera capitale culturale e artistica del mondo. Il suo era un successo veramente meritato e duramente conquistato. Nato a Barletta, presto orfano di entrambi i genitori, viene cresciuto dai nonni, insieme ai fratelli. La sua immediata vocazione per l’arte è osteggiata dai parenti che la considerano una perdita di tempo. Caparbio, riesce comunque ad andare a Scuola di pittura a Napoli, poi si sposta a Firenze dove fa proprie le novità dei Macchiaioli. Poi, a 21 anni, va a Parigi dove “incontra fortuna e amore” e qui rimane, salvo qualche importante soggiorno a Londra di cui ci ha lasciato vedute bellissime, sino alla morte ad appena 38 anni. E’ un artista italiano e allo stesso tempo internazionale. Sa far proprie le novità della pittura macchiaiola e poi degli amici Impressionisti ma anche gli influssi dell’arte giapponese, metabolizzando il tutto alla luce della sua particolare sensibilità. Paesaggista sensibile ed unico nel tradurre gli effetti ed i contrasti di luce del suo paese natale come i cieli brumosi dell’Île de France, o le nebbie londinesi, con Manet e Degas, è uno dei primi a sperimentare la tecnica del pastello nelle opere di grande formato, assieme alle suggestioni del giapponismo pittorico. Per questa mostra sono state selezionate e ottenute le opere veramente fondamentali dell’artista, provenienti dalla Pinacoteca “Giuseppe De Nittis” di Barletta (cui furono lasciate dalla vedova), come dai grandi musei francesi o da esclusive collezioni private. Di questi dipinti, molti di grande formato e rari, alcuni vengono esposti adesso per la prima volta. Raccontano un mondo e una società in veloce cambiamento, interpretati con tecnica raffinata e profondità psicologica. Sono vedute, dipinte in plein air, come facevano gli Impressionisti, sulle rive della Senna, ma anche sulle pendici del Vesuvio e lungo il Tamigi. Poi la vita frenetica dei boulevards, i divertimenti e il tempo libero nei grandi parchi, il vitalismo che si respirava nelle corse dei cavalli e negli altri luoghi della mondanità, poi la vita dei salotti à la page, primo fra tutti quello della Principessa Matilde. Sono la fragranza, la vitalità, l’intensità di un’epoca quelle che De Nittis fa rivivere sulle pareti di Palazzo Zabarella.



Verso Oriente e ritorno - Montelupo Fiorentino, Palazzo Podestarile

Verso Oriente e ritorno - Montelupo Fiorentino, Palazzo Podestarile

Nata nell’ambito del progetto Il Mare tra le Genti, promosso dalla Fondazione Museo Montelupo, dal Comune di Montelupo e dalla Regione Toscana, nel Palazzo Podestarile di Montelupo Fiorentino si inaugura il 23 giugno Verso Oriente e ritorno. L’arte orientalista e gli scambi di modelli decorativi nel bacino del Mediterraneo, la mostra a cura di Marilena Pasquali che si propone di indagare gli influssi dell’arte e della cultura del Vicino Oriente sull’arte italiana nei cinquant’anni cruciali che separano l’Unità d’Italia dalla prima guerra mondiale.Affiancata da un prestigioso Comitato scientifico – di cui fanno parte Jale Erzen, Giovanni Godi, Pietro Lenzini, Vincenzo Lucchese Salati, Marina Maffioli, Raffaele Milani, Giordano Montecchi, Nicola Muschitiello, Paola Pallottino, Eugenio Riccòmini – Marilena Pasquali ha indirizzato la ricerca sull’Orientalismo, inteso però non soltanto come ‘genere’ pittorico, ricco di successi in Italia come in tutta Europa, quanto come diffusione di un gusto e di uno stile di vita che interessano e permeano ogni campo dell’espressione artistica – pittura, scultura e grafica certamente, ma anche ceramica, architettura, arredi di interni, illustrazione – così come la letteratura, la musica, lo spettacolo, la danza, il cinema. Per sottolineare l’attenzione attuale alla cultura del Vicino Oriente, in un ideale ponte che collega l’arte di oggi a quella di cento e più anni fa, la mostra presenta anche il lavoro di sei artisti italiani contemporanei che hanno compiuto un loro personalissimo viaggio verso Oriente riportandone fecondi spunti di ricerca e di immagine. Di Luigi Ontani, Aldo Mondino, Bertozzi&Casoni, Arcangelo, Fabrizio Passarella, in mostra vengono esposti sia lavori molto noti sia opere inedite su tela e in ceramica, espressamente realizzate per Montelupo Fiorentino. La rassegna presenta oltre centotrenta opere – provenienti da raccolte, fondazioni private e musei di primo piano come gli Uffizi, il Palazzo del Quirinale, il Museo Nazionale di San Martino e il Museo Pignatelli Aragona Cortez di Napoli, il Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza, la Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio di Bologna, il Museo del Paesaggio di Verbania.



L'odore della luce. Il mondo femminile nella pittura dell'Ottocento e del primo Novecento - Barletta, Pinacoteca De Nittis

L'odore della luce. Il mondo femminile nella pittura dell'Ottocento e del primo Novecento - Barletta, Pinacoteca De Nittis

L’odore della luce è quello che si espande in un campo di fieno appena tagliato, in un giardino dove le lame del sole illuminano l’humus del sottobosco, nell’afrore dolce del gelsomino estivo. E’ la sensazione che promana da una certa pittura a cavallo del secolo, ancora legata ai canoni macchiaioli ma già proiettata verso il nuovo del dopoguerra. La luce che illumina l'olfatto è una splendida sinestesia, un caso di intersensorialità «indotta», che gioca sull'idea che dai prati, dai campi e dai giardini delle opere della mostra emanino luci odorose e profumi luminosi. Tanto più splendida la sinestesia per il fatto che quella luce odorosa illumina e avvolge figure femminili anch'esse profumate di luce e illuminate di odori. Una pittura, quella indagata in “L’odore della luce” (dal 5 maggio al 19 agosto a Palazzo Marra, sede della Pinacoteca De Nittis di Barletta), che ha due co-protagoniste: la donna e la natura, ad occupare una scena fatta di quotidiana straordinarietà, sullo sfondo di nuove certezze, in decenni destinati a cambiare il mondo e ad assistere al nuovo ruolo che in esso si vanno conquistando le donne. Anche in quell’universo apparente immutabile che è la società contadina, tanto al sud quanto al nord del nostro Paese. Non a caso Emanuela Angiuli ha scelto per questa affascinante esposizione di aprire un focus sul “Mondo femminile nella pittura dell’Ottocento e del primo Novecento”, in Italia. Qui risalta la descrizione profondamente evocativa ed emozionale della piccola borghesia della provincia italiana e del mondo contadino. Lungo le quattro sezioni tematiche: sentimenti, i lavori del giorno, prati e giardini, confidenze, passa, come in un fil d’atmosfera, l’altra metà del mondo, una metà che, forse per la prima volta, è veramente consapevole del suo contare, della fine di una millenaria subalternità. Nelle sale della Pinacoteca De Nittis a Palazzo Marra, in quel di Barletta, gli artisti raccontano, spesso con sensibilità confidenziale come in un palinsesto figurativo, i loro momenti più personali ed intimi: l’adolescenza, il lavoro, le ritualità dei sentimenti. Mentre nuovi movimenti intellettuali, mutamenti politici e culturali investono l'Italia che tra 1800 e 1900 portano le donne, nobili o popolane, ad assumere ruoli di primo piano, la pittura registra immagini eloquenti della storia e delle condizioni nelle quali si esprime il mondo della provincia.



I bambini e il cielo - Illegio (Udine), Casa delle Esposizioni

I bambini e il cielo - Illegio (Udine), Casa delle Esposizioni

E’ dedicata all’infanzia e presenterà 80 opere provenienti da musei di tutta Europa la mostra internazionale d’arte “I bambini e il cielo”, che sarà inaugurata a Illegio (Udine) il 28 aprile alla presenza del cardinal Antonio Caizares Llovera, prefetto della Sacra Congregazione vaticana per il Culto divino e la Disciplina dei sacramenti. La mostra è stata illustrata oggi a Udine dal curatore scientifico don Alessio Geretti e dal parroco di Tolmezzo monsignor Angelo Zanello, presidente del Comitato di San Floriano, che dal 2004 promuove nel paese carnico mostre d’arte internazionali. Al centro dell’esposizione i bambini, “che la Sacra Scrittura ricorda tra i protagonisti della storia della salvezza – ha spiegato Zanello – indicando l’infanzia come la condizione spirituale di massima autenticità in cui l’uomo può trovarsi”. “La mostra – ha aggiunto don Geretti – racconta il rapporto tra Dio e i piccoli, fino a scrutare la dolcezza del mistero del Dio che si è fatto bambino”. In esposizione fino al 30 settembre ci saranno pitture su tavola lignea, dipinti su tela, sculture e altari dal primo secolo avanti Cristo fino al Novecento, prestati da sedi museali come i Musei Vaticani, gli Uffizi di Firenze, la Galleria Borghese di Roma, le Gallerie dell’Accademia di Venezia, il Museo Thyssen Bornemisza di Madrid, il Kunsthistorisches Museum di Vienna. Il tema viene declinato attraverso opere che hanno segnato la storia dell’arte firmate da nomi come Lucas Cranach il Vecchio, Davide Teniers, Hans Memling, Giovanni Bellini, Paolo Caliari, detto il Veronese. Diversi gli inediti, specialmente nelle sezioni dedicate alla scultura tra Duecento e Quattrocento italiano. “Infine un cenno sul passaggio, dall’Ottocento in avanti – ha spiegato il curatore Geretti – dall’infanzia sacra di soggetto biblico alla sacralità dell’infanzia di soggetto sociale, con i temi dei bambini sfruttati o della nostalgia di un’innocenza perduta”. Per una breve visita alla mostra il 10 maggio farà tappa a Illegio il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che sarà accolto dalla popolazione del paese e dai rappresentanti del Comitato di San Floriano.



Il Divisionismo, La luce del moderno - Rovigo, Palazzo Roverella

Il Divisionismo, La luce del moderno - Rovigo, Palazzo Roverella

E’ stata una delle più emozionanti stagioni dell’arte italiana negli ultimi secoli e ora, finalmente, una grande mostra la ripropone, con un taglio nuovo e con una scelta perfetta di opere. “Il Divisionismo. La luce del moderno”, che si svolgerà a Rovigo, a Palazzo Roverella dal 25 febbraio al 24 giugno 2012, sarà sicuramente tra i più importanti eventi espositivi italiani del prossimo anno. A promuoverla sono la Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo con il Comune di Rovigo e L’Accademia dei Concordi. Il periodo che questa mostra illumina è quello tra il 1890 e l’indomani della Grande Guerra. Negli anni in cui in Francia Signac e Seraut “punteggiano” il Neo Impressionismo, anche in Italia diversi artisti si confrontano con l’uso "diviso" dei colori complementari. E lo fanno con assoluta originalità. E’, come afferma il sottotitolo della mostra, la luce del moderno che essi così magistralmente creano e interpretano. Sono sperimentazioni che consentono agli artisti che si affacciano alle soglie del Novecento di affrontare con tecnica spesso audace e coraggiosa le tematiche del nuovo secolo, dal mutato rapporto con la realtà agreste all’evoluzione della città moderna, dalle scoperte scientifiche agli incombenti conflitti sociali. E’ la prima effettiva cesura rispetto agli stili del passato, prima delle avanguardie. Nel Divisionismo italiano i puntini e le barrette colorate dei francesi diventano filamenti frastagliati che invece di accostarsi spesso si sovrappongono. Ma ciò che è veramente diverso è lo spirito: qui la nuova tecnica pittorica aiuta a rappresentare, meglio di altre, l’intimità, l’allegria, lo spiritualismo, il simbolismo, l’ideologia anche politica. Ovvero i sentimenti, le passioni, le istanze che univano quella generazione di artisti. Pittura di luce, colore ma anche e soprattutto pittura di emozioni. L’indagine che Francesca Cagianelli e Dario Matteoni proporranno a Palazzo Roverella rilegge la storia di questo momento magico dell’arte italiana. Valorizzando figure come quella di Vittore Grubicy de Dragon e il suo Divisionismo fatto di musica e di ricerca scientifica. Poi Plinio Nomellini, icona del Divisionismo tra Toscana e Liguria, prototipo di quelle diverse dimensioni territoriali che sono forse la maggiore ricchezza del movimento e che questa mostra mette, per la prima volta, in giusta evidenza. Poi i grandissimi: Previati, Segantini, Morbelli, Pellizza da Volpedo. E ancora il ricordo della storica Sala Divisionista della Biennale del 1914. Per giungere alla straordinaria stagione divisionista di artisti come Giacomo Balla, Umberto Boccioni, Gino Severini, Carlo Carrà e alla Secessione Romana. Ultimi, emozionanti bagliori di una vicenda artistica che va a concludersi, per sfociare nel rivoluzionario “nuovo” del Futurismo. Ed è l’avvio di un’altra grande storia tutta italiana.

INFO:
www.mostradivisionismo.it



Il Simbolismo in Italia - Padova, Palazzo Zabarella

Il Simbolismo in Italia - Padova, Palazzo Zabarella

Il Simbolismo in Italia (1 ottobre 2011 – 12 febbraio 2012) a cura di Maria Vittoria Marini Clarelli, Fernando Mazzocca, Carlo Sisi La mostra si è proposta di riscoprire anche in questo caso, il respiro europeo di un movimento che, dopo quello rappresentato dai Macchaioli, ha cambiato il corso della pittura italiana, facendola entrare nella modernità ed anticipando il Futurismo. L’esperienza del Simbolismo, che si è svolta tra Ottocento e Novecento, ha infatti attraversato due secoli (Otto e Novecento) sapendo interpretare insieme gli entusiasmi e le inquietudini della cosiddetta Belle Époque. La forza di questo movimento è stata quella di interpretare e riuscire a rappresentare in pittura, penetrando anche nel territorio dell’inconscio, i grandi valori universali dell’umanità –i sentimenti, la fantasia, il sogno, il mito, l’enigma, il mistero- in un momento in cui l’avanzare del progresso scientifico e tecnologico sembrava minacciarli. Questa straordinaria avventura artistica è stata ricostruita attraverso i quadri – capolavori indimenticabili ormai entrati nell’immaginario collettivo - dei suoi protagonisti. Se Segantini e Previati rappresentano le due anime del movimento, una più legata alla dimensione della realtà naturale, l’altra a quella della fantasia, Pellizza da Volpedo e Morbelli confermano come il Divisionismo italiano, assolutamente all’altezza delle altre avanguardie europee, abbia raggiunto i suoi risultati più alti proprio quando è entrato nella dimensione simbolista. Importanti testimonianze (Giuditta II, G. Klimt; Il Peccato, F. von Stuck; ...) hanno documentato il contatto tra gli artisti italiani e i principali protagonisti del panorama europeo, conosciuti soprattutto attraverso le Biennali di Venezia, che furono appunto delle grandi occasioni di confronto. La mostra, che ha visto Fondazione Bano collaborare con importanti istituzioni e collezioni private per poter proporre al pubblico opere di assoluto valore, conferma la qualità delle proposte culturali presentate a Palazzo Zabarella, nonché il successo delle stesse (sono stati 141.726 i visitatori della mostra)



L'Ottocento elegante, Arte in Italia nel segno di Fortuny - Rovigo, Palazzo Roverella

L'Ottocento elegante, Arte in Italia nel segno di Fortuny - Rovigo, Palazzo Roverella

È un Ottocento elegante e folcloristico quello proposto dalla grande mostra di Palazzo Roverella, a Rovigo: tre decenni, dal 1860 al 1890, all’insegna della vitalità, dell’eleganza, dei grandi salotti borghesi, delle corse, ma anche delle feste popolari, dei carnevali, dei balli mascherati, dei travestimenti e dei mercati in piazza. Promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, dal Comune di Rovigo e dall’Accademia dei Concordi, la mostra riprende il filone della pittura in Italia a cavallo tra gli ultimi due secoli. L’attenzione di Dario Matteoni e Francesca Cagianelli, che della mostra sono i curatori, si è appuntata su un periodo, la seconda metà del XIX secolo, attivato dall’unificazione del Regno d’Italia.



Delleani e il suo tempo - Torino, Palazzo Bricherasio

Delleani e il suo tempo - Torino, Palazzo Bricherasio

Allievo di Enrico Gamba e di Carlo Arieti dell’ Accademia Albertina di Torino, Lorenzo Delleani (Pollone Biella, 1840 - Torino, 1908) è uno dei più importanti esponenti della pittura piemontese del secondo Ottocento, artista costantemente oggetto di attenzione critica e collezionistica. Con la propria opera esercitò un’enorme influenza sul paesismo pedemontano attraverso un gruppo di allievi, di imitatori e di colleghi più giovani che, pur approdando poi a linguaggi autonomi, dall’ espressione delleaniana presero le mosse. Nel centenario della scomparsa, diversi appuntamenti espositivi, dislocati in più sedi, ricreano la cornice biografica e il contesto culturale del suo tempo. La mostra ospitata a Palazzo Bricherasio, accompagnata da questo catalogo, offre l’occasione per una più ampia rilettura dell’opera di Delleani e del contesto in cui operò, attraverso l’analisi dei linguaggi e delle maggiori personalità artistiche attive sulla scena piemontese tra il 1860 e il 1908. A cornice dei capolavori del maestro piemontese, sono presentate infatti le opere di 27 pittori che, dagli anni sessanta dell’Ottocento al primo decennio del Novecento – cioè entro i limiti cronologici della parabola dell’attività delleaniana – si cimentarono su filoni espressivi rappresentativi della ramificata evoluzione della pittura pedemontana.



Scapigliatura - Milano, Palazzo Reale

Scapigliatura - Milano, Palazzo Reale

Mentre si celebrano i 100 anni del Futurismo e a quarant’anni dalla storica Mostra della Scapigliatura alla Permanente di Milano (1966), ecco una grande mostra sulla Scapigliatura: il fenomeno culturale che ha segnato Milano a partire dagli anni ’60 dell’Ottocento, mentre si avviava a diventare capitale morale, con la borghesia in ascesa, incombenti conflitti sociali e nuova coscienza individuale. Una Milano intellettualmente viva, libera nella nuova Italia, con ritrovi e teatri aperti. Una Milano con le casette gialle in vie strette e selciate con al centro il trottatoio, tra le quali, ogni tanto, si alza un bel palazzo neoclassico, con i barconi neri lungo il Naviglio, tirati sulle sponde dai possenti cavalli normanni. La Milano di Brera, nella quale e contro la quale si svolge la vita degli artisti. Circa trecento opere tra dipinti, sculture, incisioni, disegni e fotografie provenienti da raccolte pubbliche e private milanesi, lombarde, piemontesi e venete, ma anche da musei esteri restituiscono la ricchezza di questo fenomeno culturale che ha segnato quarant’anni della storia italiana.



La pittura del vero tra Lombardia e Canton Ticino - Pinacoteca Giovanni Zust, Rancate

La pittura del vero tra Lombardia e Canton Ticino - Pinacoteca Giovanni Zust, Rancate

La pittura del vero tra Lombardia e Canton Ticino (1865 -1910) si tiene alla Pinacoteca Giovanni Züst di Rancate (Mendrisio - Canton Ticino, Svizzera) dal 21 settembre all’8 dicembre 2008. Coordinata da Mariangela Agliati Ruggia, curatrice della Pinacoteca Züst, e da Alessandra Brambilla, collaboratrice scientifica, la rassegna si collega al ciclo di esposizioni precedenti - fra cui quella dedicata alla Scapigliatura nel 2006 – e prosegue il percorso di studio e di ricerca rivolto all’Ottocento italiano e ticinese, iniziato nel 1990 dall’Istituzione svizzera. Un’importante esposizione che pone al centro dell’attenzione il Naturalismo e il Verismo. Due movimenti artistici ispirati alla descrizione della realtà che, insieme alla Scapigliatura, al Divisionismo e al Simbolismo, hanno caratterizzato il complesso e variegato panorama culturale milanese tra la fine dell'Ottocento e i primi anni del Novecento. Le origini e gli sviluppi della pittura del vero costituiscono inoltre il punto di osservazione per documentare il determinante influsso esercitato dal capoluogo lombardo sull’area ticinese. Curata da Giovanni Anzani ed Elisabetta Chiodini, la mostra propone una carrellata di circa 70 opere che permette di cogliere il fermento culturale e le nuove tendenze in atto fra gli artisti dell'epoca. Essi manifestano una forte attenzione per la realtà e per la società a loro contemporanea. Nelle tele, infatti, compaiono personaggi e immagini a cui è affidato il compito di narrare la vita di tutti i giorni e di rappresentare la natura, per arrivare a una dimensione più allargata che affronta temi sociali. Il percorso espositivo accosta i dipinti dei grandi maestri della tradizione pittorica lombarda - fra i quali Capriolo morto di Giovanni Segantini o La sostra di pietra di Eugenio Spreafico - a quelli di importanti artisti svizzeri - come Berta, Franzoni, Rossi, Preda o Galbusera -, offrendo al visitatore un’accurata ricognizione dei soggetti con cui si è espressa la pittura del vero tra Milano e l’area ticinese. Elemento di novità della mostra è la presenza di numerose opere “quasi inedite”: presentate al pubblico in occasione della loro realizzazione, le tele successivamente non sono state mai più viste perché conservate in collezioni private o acquistate direttamente dall’autore.



I Macchiaioli, Sentimento del vero -  Torino, Palazzo Bricherasio

I Macchiaioli, Sentimento del vero - Torino, Palazzo Bricherasio

Tutto ebbe inizio al Caffè Michelangelo di via Larga (oggi via Cavour 21), nei pressi del Duomo a Firenze. Correva l’anno 1850 e un gruppo di artisti, non solo toscani, prese a riunirsi regolarmente in una saletta del noto locale fiorentino a discutere di “macchia”. Senza sapere che di lì a pochi anni (1856) avrebbe gettato le basi per la realizzazione di una pittura nuova, libera, lontana da ogni ufficialità accademica e fermamente decisa a inseguire la verità di tutti i giorni. E proprio la ricostruzione di quell’antico caffè in una delle sale di Palazzo Bricherasio (dalle pareti verdine occupate da copie-ritratto dei suoi protagonisti con relativi aneddoti connessi) diventa il fulcro di questa mostra, dedicata ai macchiaioli (termine usato per la prima volta sulla Gazzetta del Popolo nel 1862, in occasione di un’esposizione fiorentina). Di quel gruppo facevano parte Telemaco Signorini, Giovanni Fattori, Giuseppe Abbati, Silvestro Lega e Adriano Cecioni, attivissimi pionieri di un movimento pittorico rivoluzionario che predicava nuovi modi di dipingere, in largo anticipo rispetto al sentire impressionista, per molti versi ad esso analogo ma non uguale. Perché gli italiani alla fuggevolezza della luce e del colore dei francesi preferivano la solidità dell’immagine, resa attraverso il contrasto chiaroscurale. Senza dimenticare poi la forte dose di spirito risorgimentale che tale immagine si portava dietro, in anni caratterizzati dalle lotte per l’unificazione dell’Italia, come traspare dalle parole pronunciate dal critico dell’epoca Diego Martelli, durante una conferenza del 1877: “Si doveva dunque combattere e combattendo ferire, era quindi necessaria un’arma ed una bandiera, e fu trovata la macchia in opposizione alla forma”. Forma intesa come fredda e cristallizzata incarnazione di un frainteso romanticismo retoricamente storico, da abbandonare, invece, a favore dell’allora nascente ideale pittorico macchiaiolo. Teso a catturare il sentimento del vero, nel senso di dovere morale per l’artista di testimoniare il proprio tempo con sincerità e abnegazione.



Il segno della Scapigliatura - Rancate, Pinacoteca Giovanni Zust

Il segno della Scapigliatura - Rancate, Pinacoteca Giovanni Zust

Attraverso l’indagine e lo studio del fenomeno della Scapigliatura, movimento di contestazione nato a Milano tra il 1860 e il 1880, l’esposizione intende illustrare le profonde e articolate convergenze culturali che hanno animato il Canton Ticino e la Lombardia nella seconda metà del XIX secolo. La rassegna, documentata in questo catalogo, rievoca il clima storico e culturale dell’epoca e testimonia la significativa esperienza che ha accomunato una generazione di artisti innovatori e anticonformisti, che hanno sviluppato il loro percorso artistico all’insegna del rifiuto delle regole e delle convenzioni borghesi. Fra le opere in catalogo spiccano i dipinti di Tranquillo Cremona, Daniele Ranzoni, Luigi Conconi, Mosè Bianchi, Eugenio Gignous, Federico Faruffini, Giovanni Segantini e le sculture di Giuseppe Grandi, Paul Troubetzkoy e Medardo Rosso. Il volume accoglie i saggi di Sergio Rebora e Giorgio Zanchetti, che analizzano il fenomeno della Scapigliatura nelle sue diverse sfaccettature. Un capitolo specifico, di Mariangela Agliati Ruggia, è invece dedicato alle figure di Ferdinando e Francesco Fontana, attivi esponenti della scapigliatura milanese, oggi pressoché dimenticati.



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